Case più care del 5,2% l’anno, tassi dei mutui saliti ma non esplosi: così il Belpaese ha evitato la “Grande scommessa” versione 2026
Diciotto anni fa la storia era questa: tassi di interesse manipolati al ribasso, mutui concessi a chiunque, prezzi delle case gonfiati artificialmente, e un giorno il conto presentato a milioni di famiglie incapaci di pagare la rata.
A raccontarla al cinema fu La grande scommessa (2015, regia di Adam McKay, tratto dal libro di Michael Lewis Il grande scoperto), con Christian Bale nei panni di Michael Burry, il gestore di hedge fund che vide la crisi dei subprime prima di tutti e ci scommise sopra, guadagnando una fortuna mentre il sistema crollava.
I prezzi delle case continuano a correre e i tassi sono saliti, ma senza scossoni
Oggi, nel 2026, l’Italia si trova in una condizione che superficialmente ricorda quegli anni: le case continuano a salire di prezzo e i tassi sui mutui sono aumentati rispetto al periodo di denaro a costo quasi zero. Eppure non c’è stata nessuna ondata di insolvenze, nessun “momento Lehman” nostrano, nessun bisogno di un nuovo Burry che scommetta contro il mattone italiano. Vediamo perché, con i dati alla mano. Mentre, allo stesso tempo, lo stesso Burry ha deciso proprio in questi mesi di chiudere il suo fondo storico per puntare su un’altra bolla, questa volta tecnologica (leggi La nuova scommessa finanziaria di Michael Burry).
Secondo i dati Istat relativi al primo trimestre 2026, i prezzi delle abitazioni in Italia sono saliti del 5,2% su base annua, con un incremento dell’1% rispetto al trimestre precedente. A trainare la crescita sono soprattutto le abitazioni nuove, che segnano un +6,7% annuo. Il mercato immobiliare italiano, insomma, non sta rallentando: sta accelerando.
Sul fronte dei mutui, l’andamento raccontato dai dati emessi dall’Associazione bancaria italiana (Abi) conferma un aumento del costo del denaro, ma graduale: il tasso medio sui nuovi mutui è passato dal 3,14% di inizio 2025 al 3,45% di fine anno, per poi stabilizzarsi attorno al 3,43% nel 2026. Un rialzo significativo rispetto agli anni di tassi quasi a zero, ma lontanissimo dagli shock a doppia cifra che in passato hanno messo in ginocchio le famiglie indebitate.
Perché non c’è stata un’ondata di insolvenze
Il timore — legittimo, sulla carta — era che il passaggio da tassi artificialmente bassi a tassi “di mercato” potesse lasciare per strada milioni di famiglie incapaci di sostenere la rata. Non è successo, e i motivi sono diversi e si sommano tra loro.
Il mutuo fisso ha protetto la maggioranza delle famiglie. Tra il 2016 e il 2022, oltre il 70-80% dei nuovi mutui erogati in Italia è stato sottoscritto a tasso fisso. Chi ha acquistato casa in quegli anni si è quindi blindato contro i rialzi successivi: l’aumento dei tassi da parte della Banca centrale europea (Bce) non ha toccato la rata di chi aveva già firmato.
Chi aveva il variabile ha retto, grazie alla gradualità e alle reti di protezione. L’aumento dei tassi non è stato improvviso ma spalmato nel tempo, lasciando margine a banche e famiglie per adattarsi. Molti istituti hanno offerto rinegoziazioni, e strumenti pubblici come il Fondo Gasparrini hanno fornito una rete di sicurezza per i casi più critici.
Il mercato del lavoro ha tenuto. A differenza del 2008, non c’è stata un’impennata della disoccupazione né un crollo dei redditi reali: i salari sono rimasti sostanzialmente stabili, in alcuni casi in leggera crescita, e il tasso di risparmio delle famiglie italiane — storicamente alto rispetto alla media europea — ha fatto da cuscinetto.
I prezzi in salita riducono il rischio sistemico, non lo aumentano. Quando il valore degli immobili cresce, la banca è più tranquilla sulla garanzia sottostante, e chi è in difficoltà ha comunque la possibilità di vendere senza perdite. È l’esatto contrario della spirale del 2008, quando il crollo dei prezzi delle case rendeva i mutui superiori al valore dell’immobile.
Il mercato italiano non è mai stato “subprime”. Niente prodotti a tasso teaser che esplodono dopo due anni, niente cartolarizzazioni a catena di mutui concessi senza controlli, una cultura bancaria storicamente più prudente nella concessione del credito rispetto al modello anglosassone.
Lo scenario che non si è materializzato
Qui, però, va riconosciuto un punto: se i tassi fossero saliti davvero, fino al 6-7-8% come accadeva negli anni Novanta, la situazione sarebbe stata diversa. I mutui ad alto rapporto loan to value (90-100% del valore dell’immobile) sarebbero diventati un rischio concreto, le insolvenze sarebbero cresciute, e il mercato immobiliare avrebbe probabilmente subito una correzione pesante.
Non è successo perché la Bce ha frenato i rialzi prima di arrivare a quei livelli, l’inflazione è rientrata, e il mercato del lavoro italiano non ha ceduto. Lo scenario “alla 2008” restava un’ipotesi plausibile sulla carta, ma le condizioni che lo avrebbero innescato — uno shock dei tassi rapido e violento — semplicemente non si sono verificate.
Le immagini: elaborate con l’intelligenza artificiale generativa attraverso Google Gemini secondo la licenza per uso libero e gratuito.
Marco Monetini
(Pensieri divergenti. Libero blog indipendente e non allineato)

















Buongiorno. L’Italia ha un alto debito pubblico e un alto risparmio privato, molte persone/attività non pagano in toto o pagano solo una parte prevista di tassazione e le tasse che si pagano fra un po’ non basteranno più a pagare gli interessi sul debito.
Tagli alla scuola, sanità, svendita del settore pubblico/industriale in cambio di assistenzialismo. Poi ci rincuoriamo che la grande disfatta non ci sia stata? Ma sarà solo questione di tempo (dopotutto economia e gestione del tempo futuro sono strettamente collegati). Finché verranno garantiti stipendi e pensioni, tutto bene… però ho qualche dubbio sul fatto che le cose preludano a buoni auspici.
Forse pensare (anche strategicamente) un po’ a lungo termine rispetto all’immediato sarebbe auspicabile. Ma cosa si può pretendere dal bel paese che ormai è diventato (secondo me) solo una specie di grande Gardaland turistica, l’ultima spiaggia per racimolare qualche spicciolo?
Gentilissimo Gianluca, grazie per averci scritto. Lascerei all’autore dell’articolo, Marco Monetini, una risposta più articolata alle sue comprensibili perplessità.
Tuttavia, mi permetto di fare qualche osservazione su di esse:
1) L’alto debito pubblico non sarebbe un problema così grave se: a) Esso e gli interessi appartenessero quasi “in toto” ai cittadini (in Giappone hanno un debito pubblico ancora più alto, ma quasi tutto appartenente ai giapponesi e non a speculatori stranieri); b) Come ci insegna l’aritmetica il rapporto debito pubblico/pil si migliora agendo o sul denominatore o sul numeratore (in altre parole, avessimo un pil altissimo, un boom economico, risolveremmo buona parte del problema).
2) La leggenda degli evasori e dei ricconi (c’è chi auspica che bisognerebbe punirli con una patrimoniale; cioè far pagare di più a chi già paga), è appunto una menzogna ripetuta all’infinito, divenuta luogo comune (in Italia si odia chi è ricco, anche se produce ricchezza e posti di lavoro per tutti/e). L’evasione è prevalentemente una necessità: o pago le tasse o perdo casa e non do da mangiare alla mia famiglia. Lo stesso Monetini spiega in un altro articolo che il fisco digitale ha ridotto ulteriormente l’evasione (https://www.lucidamente.com/toh-il-fisco-digitale-funziona/). In ogni caso, se le residue tasse evase restano in Italia e vengono fatte circolare, paradossalmente, l’economia comunque gira e lo Stato incassa pur sempre da Iva e imposte indirette.
3) Per la svendita del settore produttivo pubblico, chieda al Britannia, ai potentati finanziari soprattutto angloamericani e a Draghi (https://www.lucidamente.com/maledetto-1992/).
4) D’accordissimo sull’Italia ridotta a un enorme Gardaland. Ma la scelta di deindustrializzare l’intera Europa, anche col Green Deal (e militarizzarla col cambio di produzione delle industrie automobilistiche e meccaniche; vedi Volkswagen), è venuta dall’Unione europea, dalla quale proviene quasi tutto il male che ci avvinghia (a partire dall’euro, con la perdita della sovranità monetaria e dai Trattati capestro), compreso l’esercito agricolo-industriale di riserva ai danni dei lavoratori italiani (molti gli articoli al riguardo presenti in questo blog; tra gli altri: https://www.lucidamente.com/gli-inganni-dellunione-europea/; https://www.lucidamente.com/lunione-europea-e-fallita-anzi-no-e-un-successo/; https://www.lucidamente.com/ida-magli-a-un-anno-dalla-morte-1-la-dittatura-europea/; https://www.lucidamente.com/ce-la-costituzione-italiana-e-ci-sono-i-trattati-europei/ ).
Grazie ancora, soprattutto se continuerà a leggerci.
Il direttore del blog, Rino Tripodi
Caro Gianluca,
grazie per il commento — è esattamente il tipo di lettura critica che un articolo del genere dovrebbe sollecitare.
Hai ragione su quasi tutto, e sarebbe disonesto da parte mia fingere il contrario. Il debito pubblico è strutturalmente insostenibile nel lungo periodo, l’evasione fiscale erode la base imponibile in modo sistemico, e la privatizzazione allegra degli anni Novanta ha lasciato un paese più fragile di quanto i suoi PIL nominali suggerissero. Questi non sono dettagli: sono le travi portanti di una crisi che, semmai, è stata rinviata più che evitata.
Il mio articolo, però, si occupava di una cosa specifica e circoscritta: perché l’Italia non ha replicato la dinamica esplosiva del mercato immobiliare che in altri paesi ha già innescato — o rischia di innescare — una crisi finanziaria sistemica stile 2008. La risposta sta in una combinazione di fattori storici (alta proprietà della casa, mutui prevalentemente a tasso fisso o con spread contenuti, regolamentazione bancaria più conservativa rispetto all’anglosfera) che hanno agito da ammortizzatori. Non è un elogio al sistema-Italia: è una diagnosi settoriale.
Sulla metafora del Gardaland turistico, invece, mi permetto di dissentire in parte. Non perché sia sbagliata come immagine — è feroce e calzante — ma perché rischia di appiattire su un’unica narrativa del declino le contraddizioni reali di un paese che contemporaneamente eccelle nella manifattura di nicchia, nel design, nell’agroindustria di qualità, e collassa nella scuola, nella sanità, nella mobilità sociale. L’Italia non è solo una cartolina in svendita: è un paziente che si rifiuta di curarsi pur avendo ancora, per ora, risorse per farlo.
E hai ragione: è solo questione di tempo. Ma il tempo, in economia, non è un dettaglio — è la variabile che distingue una crisi gestibile da una catastrofe.
Grazie ancora 🙂