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Home INTERVENTI/RIFLESSIONI

Morte in Palestina

Dalla redazione by Dalla redazione
2 Dicembre 2012
in INTERVENTI/RIFLESSIONI, SOTTO I RIFLETTORI, STORIA, TEMATICHE CIVILI
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Anche dopo la risoluzione Onu dello scorso 29 novembre la pace appare sempre lontana. Breve storia di un conflitto senza fine e delle sue atrocità. La cieca violenza israeliana

Lo scorso 29 novembre l’Assemblea generale dell’Onu, con 138 sì, 9 no e 41 astenuti, ha approvato la risoluzione che permette all’Autorità nazionale palestinese di essere “stato osservatore” all’interno del consesso mondiale. Ma nulla cambierà riguardo la violenza e le sofferenze della popolazione araba. Ospitiamo volentieri un intervento di Gianfredo Ruggiero, presidente del Circolo culturale Excalibur di Varese, che ricostruisce le varie fasi di una guerra senza fine.

Per duemila anni la Palestina è stata il segno della concordia e della tolleranza tra le varie confessioni ed etnie (unica parentesi i turbolenti Regni crociati del Medioevo). Poi, nel 1948, a seguito di una semplice deliberazione dell’Onu a carattere consultivo, in spregio al diritto internazionale e al principio dell’autodeterminazione dei popoli (la popolazione non fu neppure interpellata con un referendum), le potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale decisero di donare metà della Palestina agli ebrei con il pretesto che questi erano originari di quei luoghi e come forma di risarcimento per aver subito la persecuzione hitleriana (in realtà per lavarsi la coscienza a costo zero scaricandolo sui palestinesi).

Gli ebrei, preso possesso di quelle terre, cacciarono con la forza chi le abitava da sempre: 900mila palestinesi furono costretti ad abbandonare le loro case per fare posto ai nuovi arrivati e 530 villaggi furono completamente distrutti per impedirne il ritorno e molti altri sostituiti con insediamenti per soli ebrei. Neppure i cimiteri, luoghi sacri per i musulmani, furono risparmiati. Lo spirito colonialista e di supremazia razziale del movimento sionista è condensato nello slogan, poi ripreso dal futuro Primo ministro israeliano Golda Meir: «Una terra senza un popolo, un popolo senza terra». In queste parole si coglie la totale indifferenza ebraica verso la popolazione palestinese che non viene neppure considerata, come se non esistesse.

Forti dell’appoggio incondizionato degli americani e, inizialmente, anche dei sovietici, gli ebrei si abbandonarono a vere e proprie stragi e atti di puro terrorismo come il massacro del villaggio palestinese di Deir Yassin del 9 aprile 1948 ad opera del gruppo terrorista Irgum (i cui leader politici erano Begin e Shamir) che causò la morte di 254 tra vecchi, donne e bambinie l’assassinio, avvenuto il 16 settembre dello stesso anno, del mediatore delle Nazioni Unite, lo svedese Folke Bernadotte, per aver denunciato le violenze sioniste. L’omicidio fu rivendicato da un gruppo terrorista di cui facevano parte due futuri ministri israeliani, Cohen e Friedman. Anche da parte palestinese non mancarono atti di terrorismo cui corrispondevano dure rappresaglie, indiscriminate e sproporzionate. Le successive guerre arabo-israeliane si conclusero con la netta sconfitta della coalizione araba, disorganizzata e male armata, e con l’occupazione di altre consistenti porzioni di territorio palestinese.

Il nuovo Stato d’Israele si è subito caratterizzato in senso rigidamente razziale e confessionale essendo aperto ai soli ebrei osservanti. Una legge, quella definita “Del Ritorno”, consente alle autorità religiose ortodosse di esercitare un controllo ferreo sui matrimoni ebraici. Sono infatti vietati i matrimoni tra gli ebrei e i non ebrei, i cosiddetti “gentili”, sui divorzi, sulle conversioni e sulle sepolture. Ai palestinesi è negata qualunque possibilità di farvi parte. Lo stesso impedimento riguarda gli ex-ebrei, ossia persone che, pur essendo di discendenza ebraica, professano una religione diversa dal Giudaismo: anche a loro è impedito di stabilirsi in Israele. I pochi arabi che hanno potuto continuare a vivere in quella che una volta era la loro terra devono essere riconoscibili (le loro auto, ad esempio, hanno una targa diversa); è sì permesso loro di eleggere dei rappresentanti al Parlamento, ma in quanto piccola, innocua e assimilata minoranza. Il concetto di società multietnica che tanto piace in Occidente e sbandierato anche in Italia come massima espressione di democrazia, libertà e pluralismo, in Israele non solo non è neppure contemplata, ma è addirittura vietata per legge.

Una sentenza della Corte suprema israeliana del 1989 stabilisce che alle elezioni sono esclusi partiti politici o persone che prevedono nel loro programma uno Stato multi-culturale o che mettano in discussione il principio dello Stato per soli ebrei (Sse). Israele non ha una Costituzione e questo consente ai suoi tribunali di agire con libertà ed arbitrio nelle sentenze, soprattutto a carico dei non ebrei. Con queste caratteristiche definire Israele un “avamposto di democrazia in Medio Oriente”, come spesso si sente affermare, pare quanto meno azzardato. Quella che è in atto da sessant’anni in Palestina è una lotta tra due popoli per il diritto all’esistenza. La differenza è che mentre gli israeliani, armati dall’America, hanno uno dei più potenti eserciti del mondo con tanto d’armamenti nucleari che possono usare a loro piacimento, i palestinesi possono disporre solo di rudimentali razzi a breve gittata forniti dall’Iran (che fanno più rumore che danni) e del proprio corpo. A ciò si aggiunge la diplomazia occidentale guidata dall’America che, con il suo atteggiamento sempre giustificativo a favore d’Israele anche quando commette atti disumani come il bombardamento di abitazioni civili l’omicidio di politici palestinesi, non lavora certo per la pace.

Circondata da mura alte dieci metri, controllata dal mare dalle navi da guerra e dal cielo dai satelliti spia a sostegno di un rigido embargo esteso anche ai prodotti di prima necessità che impedisce perfino il transito degli aiuti umanitari, la striscia di Gaza è stata trasformata dagli israeliani nel più grande campo di concentramento che la storia ricordi. Sfido chiunque a resistere in quelle condizioni senza farsi saltare i nervi e vorrei vedere una qualsiasi persona assistere alla morte del proprio figlio per la mancanza di medicinali o sopravvivere senza elettricità e con l’acqua razionata senza provare odio e meditare vendetta verso gli artefici di questa ingiustizia. Il fine ultimo degli israeliani è quello di costringere i palestinesi ad abbandonare la loro terra per realizzare il sogno biblico della “Grande Israele”, come preconizzato dal fondatore del movimento sionista Theodor Herzl e confermato dal padre della patria David Ben Gurion che, in un discorso del 1937, dichiarò senza mezzi termini: «Noi dobbiamo espellere gli arabi e prenderci i loro posti». Non a caso Israele è l’unico Paese al mondo che si rifiuta di definire formalmente i suoi confini.

Condanniamo pure gli attentati suicidi dei palestinesi, i razzi di Hamas e le bandiere con la stella di David bruciate in piazza dai manifestanti, tuttavia, se veramente amiamo la pace, non possiamo sorvolare sulle responsabilità dell’Occidente americanizzato e continuare a giustificare la politica repressiva d’Israele. Il popolo ebraico ha subito per duemila anni ogni sorta di persecuzione, ma questo non deve essere usato dal governo israeliano come pretesto per la sua politica repressiva e disumana contro un popolo, quello palestinese, che ha una sola colpa: quella di amare la propria terra e di non volerla abbandonare.

Gianfredo Ruggiero – presidente Circolo culturale Excalibur di Varese

(LucidaMente, anno VII, n. 84, dicembre 2012)

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Tags: BeginBernadotteExcaliburguerraGurionHamasisraeleMeirmorteonupacepalestinarisoluzioneShamir
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