L’atto sessuale non è frutto del puro istinto, né del caso. Se decontestualizzato da regole ben precise, degrada l’essere umano a un animale egocentrico e aggressivo
Il Diritto penale europeo, specialmente in Svizzera, Austria e Germania, privilegia un’interpretazione oggettivistica dell’atto sessuale. Ovverosia, ciò che conta è, in primo luogo, l’aspetto esteriore dell’azione e, in secondo luogo, le circostanze oggettive. Queste ultime rivestono un’importanza fondamentale, anzi prioritaria, perché il magistrato può distinguere l’abuso dalla libidine non violenta solamente analizzando il contesto complessivo entro cui si svolge l’attività sessuale.
Ad esempio, un ginecologo che palpeggia la paziente per fini diagnostici non commette alcun reato. Viceversa, la penetrazione di un pene eretto nella vagina, nell’ano o nel cavo orale è sempre e comunque un atto sessuale, che diventa criminale qualora non vi sia il pieno e libero consenso della donna.
Il problema del “toccamento”
Prima della seconda metà del Novecento, nelle Giurisprudenze nazionali degli Stati europei, era atto sessuale soltanto quello esplicito, comunemente definito come «l’introduzione dell’attributo maschile in una parte cavernosa del corpo femminile».
Oggi tale qualificazione è stata completamente superata. Infatti, è “atto erotico”, per quasi tutte le Autorità giudiziarie occidentali, anche il baciare, il toccare una parte del corpo, l’abbracciare una persona, il palpeggiare o lo schiaffeggiare il deretano coperto. Naturalmente, non viene criminalizzato qualunque tentativo di approccio sessuale, ma soltanto gli approcci e i toccamenti “non socialmente convenzionali”, ossia “non comunemente accettati dalla collettività”.
Per esempio, manipolare i genitali consensualmente, nel chiuso di una camera da letto e in un contesto di coppia, non è penalmente rilevante. Viceversa, integra gli estremi della pedofilia l’uomo adulto forestiero che bacia una bambina o un bambino al di fuori dello stretto limite del saluto tra familiari.
Non bisogna mai interpretare l’atto sessuale in chiave soggettivistica
Nella Giuspenalistica è fuorviante adottare criteri soggettivistici nell’esegesi dell’azione erotica. Detto in altri termini, il giurista non deve far dipendere la natura sessuale, o meno, dell’atto sulla base del fatto che il reo abbia avuto o non avuto “eccitazione o soddisfazione sessuale”. Questo è un profilo volontaristico che potrà rilevare, al limite, come “circostanza” utile per capire il contesto.
Per esempio, durante le guerre del Rwanda e della Bosnia-Herzegovina, i soldati stupravano le donne appartenenti alle etnie nemiche non per avere “eccitazione o soddisfazione sessuale”, bensì si trattava di “stupro di guerra”. Che era ed è soltanto un modo per umiliare il popolo nemico e costringerlo alla migrazione forzata. Ecco ancora un altro esempio: toccare ridendo una bambina sotto la gonna è ontologicamente un atto sessuale di matrice pedofiliaca e il pedofilo non deve poter invocare, a sua discolpa, di “aver voluto solo scherzare”.
Ancora una volta, limitare il giudizio alle sole variabili volontaristico-psicologiche della “eccitazione o soddisfazione sessuale” non è idoneo e confonde il magistrato. Lo stesso vale per un ginecologo che si ecciti durante la visita medica: se il medico non estrae il pene e non esterna gemiti o discorsi sessualizzati, la propria eccitazione psicologica rimane un sentimento interiore non giuridicamente punibile.
La volontà interiore è, per il giurista, solo una “circostanza”
Nel Diritto penale dei Paesi germanofoni (Svizzera, Germania e Austria), taluni autori hanno fatto notare che, in ogni caso, l’interpretazione soggettivistica dell’atto sessuale non va completamente rigettata, in quanto la variabile psicologica della “avvenuta eccitazione e soddisfazione sessuale” costituisce pur sempre una circostanza che aiuta il magistrato a ricostruire, in maniera integrale, l’intero contesto in cui è avvenuto l’approccio erotico.
Il che, comunque, non toglie la centralità oggettivistica dell’aspetto esteriore e, soprattutto, delle circostanze concrete.
Sessualità e bestialità nelle culture europee contemporanee
La Sessuologia degli anni Settanta del Novecento ha abituato a valutare l’atto sessuale come “atto naturale”. Ciò è completamente falso, anzi pericoloso. In tutte le civiltà l’esercizio del sesso ha dei limiti socialmente condivisi. Per esempio, è universale il divieto dell’incesto e della pedofilia. Così come nessuna donna accetterebbe un rapporto sessuale con il primo sconosciuto che incontra. Del pari, nessuno consuma rapporti in mezzo alla strada o in luoghi aperti al pubblico.
Oggi, questi limiti si stanno corrodendo a causa di un perverso “naturalismo” sessuologico che equipara l’erotismo umano a quello animale o, comunque, lo riduce a un’azione eticamente amorfa. Soltanto la Chiesa cattolica ha il coraggio di moralizzare e di socializzare l’atto sessuale umano. Ignorare i fondamenti etici del sesso non significa “emanciparsi dai preti”, bensì ridurre la sessualità dell’uomo a una realtà bestiale e bestializzante. Il concetto cristiano di “purezza” non è una ratio bigotta; esso sta a indicare solo che fare sesso comporta delle autolimitazioni che distinguono l’uomo dall’animale.
Il naturalismo sessuologico porta surrettiziamente alle parafilie violente
Più o meno consapevolmente, il pensiero “naif” di chi reputa che il sesso sia un “atto naturale” conduce, nel lungo periodo, alla legittimazione delle perversioni parafiliache, comprese la pedofilia e la pedopornografia. Lo slogan progressista del “perché no?” annichilisce i freni inibitori, desocializzando l’atto erotico. Del pari, l’ordinaria socializzazione comporta che “le” sessualità personali debbono necessariamente essere sacrificate nel nome “della” sessualità collettivamente controllabile.
Viceversa, ne esce distrutto il mantenimento della pacifica convivenza sociale. Il cristianesimo pone dei limiti alla sessualità non per odio nei confronti del piacere sessuale, bensì nel nome della consapevolezza che togliere freni inibitori all’esercizio dell’atto sessuale significa annientare l’autocontrollo tanto a livello individuale quanto sotto il profilo sociologico. Il Magistero non impone “tabù”, ma invita a pensare alle terrificanti conseguenze auto/eterolesive della perdita delle inibizioni.
Le immagini: elaborate con l’intelligenza artificiale generativa attraverso Google Gemini secondo la licenza per uso libero e gratuito.
Andrea Baiguera Altieri
(Pensieri divergenti. Libero blog indipendente e non allineato)
















