Un ricordo del grande musicista, rockstar e poliedrico artista inglese, scomparso il 10 gennaio 2016
Nel 1968 esce 2001: A Space Odyssey di Stanley Kubrick, un film che diverrà un cult. Racconta di un’avventura, quella di David Bowman (tradotto in italiano, David Uomo dell’arco) un Ulisse lanciato in folle volo oltre i pianeti, verso i misteri del cosmo. Un Ulisse della tecnica che viaggia con il computer Hal, con cui si confronta come fosse un umano. Un Ulisse la cui fine è avvolta nel mistero ma, in ogni caso, il cui anelito è ancora quello di tornare.
«Come non dovrei anelare all’eternità e al nuziale anello degli anelli, l’anello del ritorno?», aveva detto il Zarathustra di Friedrich Nietzsche.
Da Space Oddity a Blackstar
E l’anno dopo, 1969, David Bowie, quasi omonimo dell’astronauta di Kubrick, incide l’album Space Oddity, una risposta e un omaggio a quel capolavoro cinematografico. Il suo Major Tom si stacca dalla torre di controllo e dall’intero pianeta Terra. Se ne va a fluttuare fra le stelle. Ricorda, a chi ascolta le sue ultime parole, di dire alla moglie che la ama molto, ma non torna e non tornerà. In una solitudine sconfinata, sottolineata dagli accordi del mellotron. In un’intervista successiva, dirà che quella sua canzone era proprio sul “sentirsi soli”.
Dopo una battaglia contro il cancro, David Robert Jones, il vero nome di Bowie, muore a New York il 10 gennaio 2016. Era nato a Londra l’8 gennaio 1947.
Infatti, il suo ultimo album, Blackstar, viene pubblicato proprio l’8 gennaio 2016, il giorno del suo sessantanovesimo compleanno e due giorni prima della morte. Bowie, dopo mesi di malattia affrontata nel silenzio, mostra se stesso: nei video che promuovono il disco si mostra anche steso in un letto e con gli occhi coperti da bende, un profeta cieco che preannuncia la sua stessa fine.
“Guarda quassù, sono in paradiso”
Quando in Lazarus canta «Look up here, I’m in heaven» (“Guarda quassù, sono in paradiso”) parla da un luogo oltre la morte. Nel brano Better Future invoca la protezione divina sui suoi figli: «Ti prego assicurati che avremo un domani / Tutta questa pena e questo dolore / Pretendo un futuro migliore / O potrei smettere di aver bisogno di te / Dai ai miei bambini un sorriso solare / Da’ loro la luna e un cielo terso».
Forse davvero la poesia e l’arte sono la cosa più vicina alla preghiera che possa esistere. Anzi, probabilmente sono la stessa cosa.
Le immagini: a uso libero e gratuito da Pixabay secondo la Licenza per i contenuti (autori: TMSTBCH e SCAPIN).
Lucilio Santoni
(Pensieri divergenti. Libero blog indipendente e non allineato)

















