Record di 265mila pensioni erogate, ma la matematica ci dice che la festa sta per finire, anche per la nota doppia funzione previdenziale/assistenziale dell’ente
Oggi, il nostro glorioso istituto di previdenza naviga a vista tra un presente sorprendentemente liquido e un futuro demografico insostenibile. Nel 2024 esplodono le pensioni di vecchiaia, mentre l’ombra del più grande “schema Ponzi” pubblico torna a inquietare il dibattito.
L’ultimo dato ufficiale sembrava una vittoria: grazie al graduale slittamento dell’età pensionabile e alla stretta sulle uscite anticipate, la maggior parte dei flussi di quiescenza si è concentrata sulla pensione di vecchiaia ordinaria a 67 anni. Il risultato è un record assoluto, con oltre 265.000 liquidazioni annue.
Un paradosso contabile e demografico
A prima vista, la mossa ha funzionato: il governo ha guadagnato tempo, rinviando il momento del pensionamento e alleggerendo la pressione immediata sulla cassa. Ma a guardare bene, non si tratta di una pianificazione strategica bensì di una resa contabile di fronte all’evidenza: senza questo rinvio forzato, l’equilibrio di cassa sarebbe già saltato.
L’attuale situazione finanziaria dell’Istituto è un paradosso perfetto. Coesistono due dinamiche opposte:
- Una tenuta contabile di breve termine, favorita proprio dalle restrizioni governative (allungamento della vita lavorativa, blocco parziale di Quota 103 e Ape sociale). Il flusso di contributi entranti, seppur stagnante, riesce ancora a coprire l’uscita delle pensioni.
- Una pressione strutturale devastante, legata all’andamento demografico: sempre meno giovani entrano nel mercato del lavoro, sempre più over 80 restano in vita riscuotendo assegni per 20-25 anni.
Il risultato è un organismo che respira solo grazie a un ventilatore meccanico. Nonostante l’avanzo finanziario (i soldi che entrano in un dato anno superano quelli che escono per le pensioni), il bilancio economico complessivo è ancora in disavanzo di fondo.
E qui arriviamo al punto che nessuno vuole vedere. Il disavanzo profondo non deriva tanto dalla componente previdenziale “pura” (quella coperta da contributi), bensì dalla spesa per prestazioni assistenziali e sostegno al reddito.
Un gigante a due teste: pensioni coperte dai contributi e prestazioni assistenziali a carico dello Stato
L’Inps è ormai diventato un gigante a due teste:
- Da un lato eroga pensioni (finanziate dai contributi dei lavoratori).
- Dall’altro distribuisce Assegno di Inclusione (ex Reddito di Cittadinanza), misure antipovertà, ammortizzatori sociali come la NASpI, assegni al nucleo familiare e disabilità.
Queste ultime voci non sono coperte da contribuzione diretta, ma gravano interamente sul bilancio dello Stato e quindi sul debito pubblico. L’Inps fa da cassiere, ma il costo reale lo paga la collettività fiscale. In un Paese con crescita zero, questo meccanismo sta progressivamente divorando le risorse destinate agli investimenti.
Una sorta di “schema Ponzi”: invece di poter mettere da parte i propri contributi, i nuovi lavoratori pagano le pensioni
Nel dibattito economico e politico torna ciclicamente una definizione brutale: “L’Inps non è un ente previdenziale, ma il più grande schema Ponzi mai creato”. Verità od ordinaria follia? In realtà, se guardiamo bene, nei sistemi a ripartizione (come il nostro, strutturato nel 1969), i contributi dei lavoratori attivi non vengono “messi da parte” in un salvadanaio individuale, ma servono immediatamente a pagare le pensioni di chi è già uscito. Esattamente come in una truffa Ponzi, il sistema ha bisogno di nuovi ingressi crescenti per rimanere in piedi. Se i nuovi lavoratori diminuiscono o le aspettative di vita aumentano, l’equilibrio salta.
Però, in uno schema Ponzi, gli ultimi arrivati perdono tutto quando il fondatore scappa. Nell’Inps, lo Stato non può “scappare”: ha il potere di cambiare le regole in corsa (alzare l’età pensionabile, ridurre gli assegni, modificare il coefficiente di trasformazione). Tuttavia, la sostanza rimane inquietante: il modello fu progettato negli anni Sessanta, quando c’erano molti giovani, pochi anziani e l’aspettativa di vita era bassa. Oggi lo scenario è capovolto. Se l’Inps fosse un privato, sarebbe già fallito. Poiché è pubblico, non fallisce, ma diventa inevitabilmente meno generoso per i giovani e per le generazioni future.
Conclusione? una bomba ad orologeria che nessuno vuole disinnescare. Infatti, l’attuale boccata di ossigeno non è una cura, ma un palliativo. Le 265.000 pensioni di vecchiaia a 67 anni non sono un successo: sono il termometro di un sistema che non può più permettersi uscite anticipate.
Da ente previdenziale a mostro assistenziale
Il vero nodo, finora rimosso dal dibattito politico, è che l’Inps non è più solo un ente previdenziale, ma un gigante assistenziale in deficit strutturale. Finché non si separerà chiaramente la previdenza contributiva (ognuno paga per sé) dall’assistenza fiscale (pagata dalla collettività per i fragili), il rischio è che l’intero castello crolli sotto il peso della demografia.
E allora, forse, la definizione di “schema Ponzi” non è così lontana dalla realtà. La differenza è che in questo schema non c’è un truffatore con la valigia piena di dollari, ma uno Stato che, per non far fallire il sistema, è costretto a truffare legalmente i più giovani, promettendo loro pensioni che non potranno mai incassare.
Le immagini: elaborate con l’intelligenza artificiale generativa attraverso Google Gemini secondo la licenza per uso libero e gratuito.
Marco Monetini
(Pensieri divergenti. Libero blog indipendente e non allineato)

















Io non credo che l’INPS finisca, credo che troveranno nuovi modi per fare fronte.