Ne “L’isola” (Arnoldo Mondadori) lo scrittore britannico descrive Pala, un luogo immaginario governato saggiamente secondo elevati valori spirituali, nati dalla fusione degli ideali migliori della cultura occidentale e di quella orientale. Questo stato perfetto, però, soccomberà di fronte all’invasione di una aggressiva nazione limitrofa
Lo scrittore britannico Aldous Huxley (1894-1963), intellettuale di grande erudizione, è uno degli autori più interessanti nella storia del pensiero utopico del XX secolo, perché è riuscito a comprendere appieno come si radica l’utopia nell’animo umano e, al tempo stesso, quanto essa sia complessa e potenzialmente pericolosa per le possibili derive autoritarie che porta con sé (leggi anche La “dittatura dolce” si sta realizzando).
Uno scrittore distopico
Huxley deve soprattutto la fama internazionale al componimento di due romanzi distopici: Il mondo nuovo (1932) e La scimmia e l’essenza (1948). In esse ha descritto, con pungente tono satirico, la terribile sorte alla quale, nel periodo a cavallo della Seconda guerra mondiale (vedi pure Quando l’utopia è il suo contrario), stava andando incontro un’umanità sciagurata. La Arnoldo Mondadori ha di recente ristampato l’ultimo libro di Huxley, L’isola (pp. 360, € 15,00). Pubblicato nel marzo 1962, il romanzo costituisce una sorta di testamento letterario scritto poco prima della sua morte, avvenuta il 22 novembre 1963 (il giorno dell’assassinio di John F. Kennedy a Dallas).
Due eventi dolorosi segnarono gli ultimi anni di vita dello scrittore britannico: la diagnosi di un cancro alla lingua (1960) e, un anno dopo, l’incendio che distrusse completamente la sua casa – la villa di Deronda Drive a Los Angeles – incenerendo una biblioteca con più di quattromila volumi e tutti i suoi manoscritti, ad eccezione proprio di quello relativo a L’isola.
Un luogo idilliaco isolato dal resto del mondo
L’isola condensa argomenti, riflessioni e temi filosofici che interessarono Huxley durante il secondo conflitto mondiale. In particolare: la conoscenza di sé, il tempo, l’illuminazione, la fede, l’attenzione alla scienza, i processi educativi, l’ipnosi e le tecniche psicologiche. Egli mette soprattutto in discussione i valori consumistici del mondo occidentale, inventando un luogo idilliaco che è riuscito a difendersi, in modo miracoloso, dal progresso sregolato, dalla tecnologia che manipola i bisogni degli individui, dall’avidità mercantile, dal settarismo politico e religioso.
Lo scrittore anglosassone propone le idee utopiche di un vero e proprio modello alternativo alla società occidentale, attraverso il personaggio di Will Farnbay, un giornalista britannico che naufraga sull’isola immaginaria di Pala, collocata in un posto ignoto (assente dalle mappe) dell’Oceano Pacifico o Indiano.
La fusione dei migliori valori occidentali e orientali
All’inizio del romanzo si riassume in breve come i grandi imperi abbiano ignorato quest’isola e come uno scozzese l’abbia scoperta nel XIX secolo. Da allora in poi essa è cambiata e migliorata, grazie alla combinazione dei valori migliori dell’Occidente e dell’Oriente, mettendo in pratica tutto ciò che si poteva imparare sia dalla cultura indù che dalla Grecia classica. Con benefici evidenti, che al lettore non possono sfuggire: Pala è immune dalle ingerenze della “civiltà”, vive in uno stato di saggia e tranquilla prosperità, ha scoperto una nuova economia agricola e sviluppato una sana psicologia umana.
L’utopia di Huxley non è confinata nell’irreale, nel fantastico, ma si basa su una rivoluzione che parte dal cambiamento individuale, nella convinzione che solo quando l’uomo imparerà a vivere e a morire in armonia con se stesso e con gli altri, ci saranno le condizioni per la creazione di una società giusta.
Un umorismo amaro e corrosivo
Per l’intellettuale britannico l’unica vera rivoluzione risiede nel cambiamento consapevole che affonda le proprie radici nell’uomo e ne modifica la natura interiore, trasformando di riflesso l’assetto della sua esistenza esteriore. Peraltro lo stesso Huxley, specie nell’ultimo periodo della sua esistenza, era comunque divenuto scettico e pessimista. Ormai non aveva più alcuna fiducia nella realizzabilità di “città ideali”, come quelle di Tommaso Campanella o di Thomas More.
Egli, infatti, disperava dell’umanità e della società, non credeva che il mondo potesse plasmarsi secondo gli ideali da lui caldeggiati e, soprattutto, che fosse capace di vincere le forze del male. In diversi passi de L’isola si coglie una forma di lucida disperazione di fronte a questo fallimento, che spesso si cela sotto una patina di umorismo amaro e corrosivo (leggi pure Quanto è a rischio la nostra libertà?).
Vivere con consapevolezza e autocontrollo
Emerge con chiarezza, tuttavia, anche un basilare insegnamento etico dell’autore britannico: ciascuno deve cercare di vivere in modo consapevole e deve sempre essere cosciente di quello che sta facendo. Egli aveva già sottolineato ciò nel romanzo La catena del passato (1936), indicando che «attraverso la consapevolezza e il controllo, le cose insignificanti assumono un nuovo valore».
Per sostenere tale “consapevolezza” il vecchio Rajà, monarca di Pala, ha addestrato degli uccelli “mynah” che volano intorno all’isola, ripetendo in continuazione le parole «attenzione» e «qui e subito, ragazzi», proprio per ricordare a tutti di vivere il presente, di impegnarsi hic et nunc. Questi mantra, che vengono ripetuti senza sosta, sono certamente una rivisitazione in chiave utopistica degli slogan fordisti, ma sono rivolti ad assicurare il benessere degli individui e non il loro asservimento al sistema capitalistico.
Il cardine su cui poggia l’utopia di Pala, quindi, è una forma di spiritualità buddista, basata sul coinvolgimento e la partecipazione, invece che sul distacco.
I valori del buddismo tantrico
I palanesi, infatti, praticano un tipo di buddismo permeato di tantrismo, non rinunciano all’esistenza negandone il valore, non cercano – a differenza dei monaci – di rifugiarsi nel Nirvana. Essi decidono di vivere consapevolmente nel mondo, con l’aiuto della meditazione e della preghiera, evitando così che la vita mistica degeneri in pura evasione dalla realtà.
Huxley – il cui cammino spirituale di agnostico è caratterizzato da una continua ricerca metafisica e trascendente dell’Assoluto – crede che il buddismo rappresenti un’efficace sintesi tra razionalismo e spiritualità, ritenendolo filosoficamente e storicamente superiore alle religioni teiste. Egli mette sotto accusa soprattutto le derive “bigotte” del cristianesimo, rilevando come i metodi educativi inglesi siano ricchi di flagellazioni, istigazioni del senso di colpa e astinenze forzate. Nel descrivere i castighi corporali subiti dai fanciulli in nome di una rigida educazione religiosa, Will parla addirittura di «sadismo posto al servizio di un’ideale», disapprovando così tale pratica inutile e dannosa.
La critica delle religioni teiste
A Pala non solo il cristianesimo, ma tutte le religioni teiste vengono guardate con occhi critici e distaccati, tuttavia sono considerate necessarie o, per meglio dire, inevitabili. Lo spiega bene un palanese di nome Vijaya: «Non le incoraggiamo, né le scoraggiamo: le accettiamo. Le accettiamo come accettiamo quella ragnatela lassù sul cornicione. Tenuto conto della natura dei ragni, le ragnatele sono inevitabili. E, tenuto conto della natura degli esseri umani, altrettanto inevitabili sono le religioni. I ragni non possono fare a meno di preparare trappole per le mosche e gli uomini non possono fare a meno di creare simboli».
Il vecchio Rajà ha avuto l’idea di esporre, a scopo pedagogico, degli spaventapasseri nei campi di Pala: i bambini possono giocarci, tirarne i fili, strattonarli e farli muovere come le marionette, affinché capiscano che «tutti gli dèi sono immaginati dall’uomo e che siamo noi a tirare i fili e ad attribuire loro il potere di tirare i nostri».
La triste fine di Pala
Huxley non si fa illusioni sulla possibilità che l’isola di Pala – protetta dall’assenza di porti contro l’avidità delle compagnie petrolifere straniere, governata secondo i precetti di una saggezza elevata, ma con scarsa propensione a sfruttare le ricchezze del proprio suolo – possa mantenere la propria indipendenza e non essere invasa, sfruttata e schiavizzata una volta entrata in contatto, e quindi in conflitto, con il mondo moderno.
Un dittatore di un’isola vicina la conquisterà e le imporrà gli slogan insensati e la brutale autorità già esercitata nel proprio Paese. I pozzi petroliferi palanesi, pertanto, verranno sfruttati al massimo della loro capacità e l’isola felice scomparirà sotto questa ondata, proprio come un tempo la perfetta Atlantide di Platone sprofondò in un solo giorno e in una sola notte sotto i flutti.
Le differenze tra Il mondo nuovo e L’isola
Nel romanzo distopico Il mondo nuovo (Mondadori) Huxley aveva messo a punto una satira estremamente brillante su un futuro eccessivamente americanizzato, industrializzato e meccanizzato, fin nei minimi dettagli. Una satira che faceva sorridere per le tante situazioni paradossali, le quali davano al libro un’aria di gioco e di intrattenimento. Tuttavia la costruzione di un mondo del genere appariva troppo improbabile perché qualcuno potesse credere alla sua reale fattibilità.
A distanza di trent’anni, ne L’isola il gioco e l’ironia cedono il passo a un umorismo amaro, triste e feroce: Pala si piega alla dura realtà e guarda la morte negli occhi, con l’immagine finale dei carri armati che ne invadono i confini, violandone l’indipendenza. Prova evidente che la sete di potere e la malvagità umana non possono essere curate e neutralizzate e che l’umanità non è fatta per la pace, la saggezza e la felicità.
Le immagini: le copertine di alcune edizioni italiane de L’isola di Huxley.
Ugo Pietro Paolo Petroni
(Pensieri divergenti. Libero blog indipendente e non allineato)



















