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Il flop del football nel Belpaese: cause e possibili rimedi

Nel saggio “Il libro nero del calcio italiano” (Piemme) Michele Criscitiello spiega perché lo sport più amato nella Penisola è in crisi, proponendo alcune riforme per rifondarlo. Intanto la Spagna ha vinto i mondiali nordamericani con pieno merito

Giuseppe Licandro by Giuseppe Licandro
21 Luglio 2026
in ATTACCO FRONTALE, CULTURA SPORTIVA, RECENSIONI, TEMATICHE CIVILI
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Il flop del football nel Belpaese: cause e possibili rimedi

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Nel saggio “Il libro nero del calcio italiano” (Piemme) Michele Criscitiello spiega perché lo sport più amato nella Penisola è in crisi, proponendo alcune riforme per rifondarlo. Intanto la Spagna ha vinto i mondiali nordamericani con pieno merito

Si è appena conclusa la XXIII edizione dei Campionati mondiali di calcio – svoltasi in Canada, Messico e Stati uniti – che è stata vinta con pieno merito dalla Spagna. È stato un torneo brutto e ridondante (48 squadre partecipanti e 104 gare disputate), contrassegnato negativamente da molteplici fattori.
Eccone qualcuno: il caldo afoso; gli arbitri scadenti; le pause di gioco per consentire l’hydration break e gli spot pubblicitari; l’insulso show nell’intervallo della finale, durato 27 minuti; i prezzi esorbitanti dei biglietti; le indebite pressioni di Donald Trump che hanno indotto Mohammad Al-Kamali – presidente della Commissione disciplinare della Fifa – a sospendere la squalifica dell’attaccante americano Folarin Balogun.
Ha scatenato, inoltre, forti polemiche il trattamento inquisitorio riservato dalle autorità statunitensi a varie squadre (Belgio, Iran, Iraq, Senegal, Uruguay, Uzbekistan) e all’arbitro somalo Omar Artan, al quale è stato negato il visto d’ingresso negli States.

Da Gravina a Malagò
Al mondiale nordamericano non ha partecipato l’Italia, sconfitta per la terza volta consecutiva ai play off di qualificazione. Gli azzurri, nelle ultime tre edizioni della Fifa Word Cup, sono stati eliminati da avversarie piuttosto modeste: Svezia (2017), Macedonia del Nord (2022), Bosnia-Erzegovina (2026). L’ennesimo flop ha portato alle dimissioni del presidente della Federazione italiana giuoco calcio (Figc) Gabriele Gravina, al posto del quale è subentrato Giovanni Malagò.

Non s’intravede, tuttavia, alcuna discontinuità tra Malagò e Gravina, poiché «il primo viene eletto con la benedizione del secondo, e soprattutto i voti del suo sistema di potere» (Lorenzo Vendemmiale, Il calcio gattopardo: Malagò vince e Gravina salva i suoi, ne il Fatto Quotidiano, 23 giugno 2026).
Dei mali del nostro football parla Michele Criscitiello nell’interessante saggio Il libro nero del calcio italiano. Gli scandali, le verità omesse, le idee per ripartire (Piemme, pp. 184, € 18,90). Tra l’altro, il giornalista, dal 2014 direttore del canale nazionale Sportitalia, è anche presidente dell’Unione sportiva Folgore Caratese, che ha ottenuto proprio qualche mese fa la promozione in serie C.
I lauti stipendi della Federcalcio
Nella Premessa l’autore afferma di voler spiegare «perché, negli ultimi vent’anni, i nostri dirigenti italiani hanno preso un pallone e lo hanno bucato». Le responsabilità maggiori sono dell’ex presidente della Figc perché, oltre agli insuccessi sportivi, non ha saputo risanare il nostro football che perde «oltre 730 milioni di euro l’anno». Ciononostante, le retribuzioni dei dirigenti federali – e dei loro collaboratori – risultano eccessivamente laute. Gravina, infatti, si è innalzato lo stipendio annuale lordo da 36.000 a 280.000 euro, mentre Renzo Ulivieri – capo dell’Associazione italiana allenatori calcio (Aiac) – guadagna circa 150.000 euro.

Percepiscono retribuzioni e rimborsi elevati anche i dirigenti delle leghe professionistiche (A, B, C) e della Lega nazionale dilettanti (Lnd). I presidenti di quest’ultima, ad esempio, incassano «3.000 euro al mese di base fissa». Sono ben rimunerate, inoltre, le consulenze dell’avvocato Giancarlo Viglione, responsabile dell’Ufficio legislativo della Figc, che guadagna all’anno «quasi complessivamente un milione di euro»!
La casta di Coverciano
Il Centro tecnico federale di Coverciano è il luogo di formazione dei principali ruoli del nostro football: «Da allenatori a preparatori atletici passando per direttori sportivi e responsabili dei settori giovanili». I costi elevati e i favoritismi, tuttavia, hanno finito per creare «una vera e propria casta per prendere l’abilitazione al ruolo». Per diventare allenatori professionisti – ad esempio – bisogna conseguire quattro consecutivi patentini (Uefa C, Uefa B, Uefa A e Uefa Pro). Le spese complessive raggiungono l’onerosa cifra di 11.880 euro, a cui vanno aggiunte quelle dei corsi di aggiornamento!

L’iscrizione è a numero chiuso e i criteri selettivi favoriscono «chi in carriera è stato un giocatore», grazie a una tabella dei punteggi elaborata secondo «logiche poco meritocratiche». Viene promossa, ovviamente, «la quasi totalità dei partecipanti», mentre chi cerca «di cambiare le modalità d’ingresso ai corsi» – come l’ex presidente del Settore tecnico della Figc Demetrio Albertini – è sistematicamente ostracizzato.
Gli scandali arbitrali
Un altro ambiente da risanare è quello arbitrale, come testimoniano gli scandali che hanno coinvolto Antonio Zappi, ex presidente dell’Associazione italiana arbitri (Aia), e Gianluca Rocchi, ex responsabile della Commissione arbitri nazionale (Can). Criscitiello denuncia il sistema clientelare vigente nell’Aia, che gode di «totale autonomia “strutturale, regolamentare e organizzativa”» e si autogestisce «senza alcun controllo esterno». Il suo presidente viene eletto dai rappresentanti delle 200 sezioni nazionali, secondo la regola del «voto uguale favore»: sarà lui, infatti, a nominare «la persona che designerà gli arbitri, li valuterà e deciderà della loro carriera».

Ha dell’incredibile, inoltre, il caso di Rosario D’Onofrio che ha arbitrato «mentre era agli arresti domiciliari […] perché trovato con 40 chili di marijuana». D’Onofrio, nel 2021, è stato addirittura nominato capo della Procura dell’Aia (vedi Vito Lamorte, Tutti gli scandali nell’AIA da D’Onofrio a Rocchi, la storia di cinque anni tormentati, in www.fanpage.it)!
Fondi d’investimento e procuratori
Nell’Italia odierna «il calcio, quello vero, quello del popolo è […] uscito dalla stanza senza che nessuno lo fermasse». In passato i club erano gestiti da imprenditori italiani (Agnelli, Berlusconi, Moratti, Pozzo, ecc.) che pensavano anche ai risultati sportivi e non solo agli affari. Oggi, invece, molte squadre appartengono a holding e fondi d’investimento stranieri (Bain Capital, Brookfield, Gestio Capital, Oaktree, RedBird, Sent Entertainment, ecc.) che comprano le aziende in difficoltà per risanarle e rivenderle, ricavandone cospicui profitti (vedi in proposito L’Occidente sotto lo stivale dell’oligarchia finanziaria).

Un altro problema è costituito dal potere sempre maggiore acquisito dai procuratori. I direttori sportivi, infatti, sono spesso affiancati nella compravendita dei giocatori da intermediari che percepiscono laute “commissioni” per l’attività svolta, facendo così lievitare i costi del “calcio mercato”. Non sono rari, inoltre, i club «che utilizzano agenzie di procuratori come veri e propri collettori di denaro per interessi economici privati».
L’inerzia della Covisoc
L’abnorme aumento dei costi di gestione danneggia specialmente le piccole squadre che non sempre rispettano le scadenze dei pagamenti, rischiando forti penalizzazioni o il default. Nel torneo di serie C 2025-26 è successo di tutto: il Rimini si è ritirato a metà stagione, il Trapani ha subito 25 punti di penalizzazione, la Triestina 24, il Siracusa 11, mentre la Ternana è stata «tenuta in vita fino alla fine per non riscrivere di nuovo la classifica del girone B»!

In tal modo, tuttavia, si stravolgono le classifiche, come è accaduto alla fine del torneo di serie B 2024-25 (vedi Brescia penalizzato, Samp ai playout, in www.rainews.it). Sarebbe opportuno, pertanto, comminare ai club inadempienti solo «sanzioni economiche molto pesanti». Quest’assurda situazione è determinata dall’inerzia della Covisoc, l’ente «che dovrebbe controllare la solidità economica dei club» e, invece, concede il nulla osta anche a chi si trova «a un passo […] dal fallimento».

La crisi dei settori giovanili
Il calcio italiano risente pure dell’inadeguatezza degli stadi (molti risalgono ormai al secolo scorso) e della crisi dei settori giovanili. Quest’ultima è dovuta a vari fattori: la carenza di «centri sportivi degni di essere chiamati tali»; l’eliminazione del «vincolo sportivo» per i calciatori dilettanti; i maneggi dei procuratori; il «costo delle scuole calcio per le famiglie»; la scarsa professionalità degli allenatori.

Sul calcio giovanile influisce negativamente anche l’innalzamento a 20 anni dell’età utile per disputare il campionato Primavera. Di teen-agers in serie A, quindi, «se ne vedono col binocolo», perché spesso rimangono a marcire nelle serie giovanili mentre dovrebbero «farsi le ossa in categorie superiori». Bisogna ricordare, inoltre, che le cattive abitudini imperanti nell’Italia odierna non stimolano gli adolescenti alla pratica sportiva: è più facile, infatti, «vedere un ragazzino con in mano un telefonino e un videogioco piuttosto che un pallone».
Come rifondare il football italiano
L’autore, nelle Conclusioni, propone alcune riforme per rifondare il football italiano. Le riepiloghiamo brevemente: 1) trasmettere un maggior numero di partite televisive in chiaro, puntando sul binomio «più visibilità e più soldi dagli sponsor»; 2) abolire le fideiussioni bancarie e assicurative negli ingaggi dei giocatori italiani; 3) abbassare le tasse ai club; 4) diminuire gli stipendi degli under e abolirne il minutaggio in serie C; 5) ridurre la serie D a 8 gironi e introdurre una promozione tramite play-off nazionali, limitando a due gli under da schierare; 6) abbassare a 17-18 anni la fascia d’età del campionato Primavera; 7) incentivare i settori giovanili tramite «vincoli almeno triennali»; 8) organizzare i corsi di allenatore su basi meritocratiche.

È inoltre indispensabile – a nostro avviso – rivedere l’impostazione tecnico-tattica delle scuole calcio che spesso impongono agli adolescenti rigidi schemi di gioco e, a differenza delle canteras spagnole, ne frenano il talento individuale.

Le immagini: la copertina del libro di Michele Criscitiello; foto dell’autore del presente articolo.

Giuseppe Licandro

(Pensieri divergenti. Libero blog indipendente e non allineato)

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Tags: arbitricalciocovisocFigcfocusfondi d’investimentoprocuratori
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