Non si tratta solo di ipocrisia, ma di una vera e propria, precisa, posizione ideologica. Uno scopo è quello di delegittimare gli avversari politici, giudicati cattivi per loro natura. L’effetto ultimo è l’immobilismo e la mancata soluzione dei problemi reali
Fino a qualche decennio fa non esisteva il termine buonismo. Per indicare un falso atteggiamento di benevolenza – oggi forse si direbbe “inclusivo” – bastava e avanzava parlare di ipocrisia.
Pare che il neologismo sia stato coniato nel 1995 su Il Corriere della Sera dall’editorialista Ernesto Galli Della Loggia. E intendeva descrivere l’atteggiamento apparentemente bonario di Romano Prodi, all’epoca leader della coalizione di centrosinistra l’Ulivo. L’articolo, infatti, s’intitolava, con preveggenza, Chi non vede gli immigrati. La solidarietà “buonista” del centrosinistra. Il suffisso -ismo era un indicatore importante. Infatti, esso indica sempre una corrente di pensiero, un’ideologia. Mica semplicemente un effimero atteggiamento, magari semplicemente psicologico, affabile e tollerante.
Bontà e buonismo: il limite del “prossimo”
Dopo più di 30 anni possiamo dire che, in effetti, il buonismo sia diventato uno dei cardini ideologici delle sinistre postmarxiste e postsocialiste. Chiariamo che la vera bontà è un’autentica, costante, disposizione d’animo verso gli altri, una sincera disponibilità, che porta ad azioni personali disinteressate spesso richiedenti impegno, fatica e donazioni economiche di non poco conto.
Il buonismo è solo di facciata, un’apparenza. Chi è buonista non fa nulla di personale per i soggetti che invece proclama di difendere. Inoltre la presunta benevolenza del buonista è spesso rivolta verso masse astratte e lontane, nei confronti dei quali “fare una buona azione” reale è quasi impossibile. Tutti siamo d’accordo col fermare la strage dei gazawi a opera di Israele. Tutti siamo per una società senza odio. Tutti siamo d’accordo che è ignobile che centinaia di milioni di persone soffrano o muoiano di fame. Ma dopo che abbiamo fatto queste affermazioni migliaia di volte e, magari, abbiamo manifestato per le strade per altre centinaia, è cambiata la realtà?
Si sprona ad “amare il prossimo tuo come te stesso” (ancor meglio, perché meno astratto, più concreto, pragmatico e impegnativo, sarebbe “tratta gli altri come vorresti essere trattato tu”). Però nelle religioni il “prossimo” è, alla lettera, “chi è vicino”, dai famigliari ai vicini di casa alla comunità entro cui si vive. Anzi, per talune religioni, occorre aiutare il tuo correligionario e basta. Per fortuna (o no), il cristianesimo ha un po’ esteso il concetto di “prossimo”. Si può anche amare – e già siamo su un piano più astratto – la Patria e le proprie tradizioni. Tuttavia, pensare di amare/aiutare tutti, magari a tuo scapito, non è possibile né utile.
Pertanto, chi ama tutti o determinate categorie (spesso a danno della propria intera comunità), non ama nessuno. Ed è quello che fanno i buonisti.
Il falso ottimismo e i falsi sorrisi dei potenti
C’è anche da considerare che le masse preferiscono messaggi ottimistici e tranquillizzanti piuttosto che dure verità. A buona parte delle persone piace sentire che “dobbiamo aiutare tutti coloro che sono in difficoltà”, che “è vitale salvare il pianeta dall’inquinamento e dal cambiamento climatico” (che son due cose diverse); che “la guerra russo-ucraina deve finire con una pace giusta” (quale?; come?); che “l’Unione europea è una splendida costruzione e senza di essa saremmo in guerra e più poveri” (e, invece, è proprio quello che sta accadendo); che “andrà tutto bene” (dittatura sanitaria Covid docet); che “non ci sono problemi ma straordinarie opportunità”; che “non esiste la malvagità, ma sfavorevoli condizioni sociali”; che “i veri problemi sono ben altri”
Scendendo più terra terra, i buonisti affermano che “non esistono problemi di sicurezza o ordine pubblico”; che “gli immigrati sono una necessaria risorsa”; che “le famiglie omosessuali sono meravigliose” (invece quelle eterosessuali?); che “la scuola deve essere inclusiva” (ovvero non deve bocciare gli studenti che non ne vogliono sapere e non deve allontanare i violenti?); che “le armi non vanno usate neppure per legittima difesa” (neanche se ti trovi un delinquente armato in casa che minaccia te e i famigliari?); ecc.
Fino agli slogan aberranti, in particolare sulla questione dei migranti allogeni e che non intendono né integrarsi né, tanto meno, assimilarsi, pronunciati davvero da giornalisti e politici di sinistra. Ad esempio: “l’Italia è di tutti”, “accogliamoli tutti”, “i maranza sono solo ragazzini spaventati”, “ponti non muri”, e via con queste falsità o affermazioni irrealistiche.
Allora è necessario giudicare come false maschere i rituali sorrisi sgargianti dei cosiddetti leader politici nazionali e internazionali nelle foto di gruppo, negli incontri bilaterali, ecc. Quasi quasi preferiamo i bulli come Putin e Trump, che, invece, mostrano il vero volto del Potere: terribile, disumano, spietato. Il sorriso a 32 denti, a manifestare gioia, ottimismo, felicità, è stato non da ora tipico delle star del cinema, della musica, dello spettacolo, del gossip. Ma oggi appare sempre più vuoto ed ebete e, ahinoi, si è espanso sui social, stracolmi di tizi comuni che si sforzano di apparire fotogenici, felici, ricchi…
Un sorriso sincero è sempre appena accennato, rivolto ai singoli e non alla folla, magari un po’ malinconico, perché chi lo fa sa che i miracoli non esistono e che è immorale illudere gli altri, soprattutto i poveri e i disgraziati.
I danni del buonismo
Se il buonismo fosse solo un modo per accalappiare voti e prendere in giro i gonzi, potremmo anche accettarlo. La questione è più complessa, più seria, più perniciosa. Innanzi tutto, se io sono buono, se le mie idee sono le uniche buone, chi non la pensa come me è cattivo.
Inoltre, facendo generici appelli ai buoni sentimenti, a compromessi, non si arriva a nulla di concreto e pragmatico. Se si finge che non esista il Male, la dura realtà, e i problemi a essa collegati, è evidente che essi non saranno mai affrontati, ma, al contrario, sminuiti, se non ignorati. Abbiamo tutti notato come, quando a essere ucciso dalla propria partner è un uomo, e non il contrario, non vi è notizia [leggi Toh, c’è pure il “maschicidio”. E tanto…]. Sulle brutalità dei migranti, dai furti agli scippi, dalle aggressioni agli stupri, scatta la censura. Idem per le violenze dei manifestanti rossi. Si perdonano senza pensarci un attimo i carnefici. Si dimenticano, anzi appaiono quasi un peso, le povere vittime.
La stessa insana attenzione verso soltanto alcune questioni (ad esempio, il femminicidio) e minoranze che, già di per sé, non sono discriminate, anzi spesso lo sono positivamente (migranti, omosessuali, transessuali, ecc.), costituisce un problema. Si tratta di posizioni egoistiche e discriminatorie in senso opposto a quello che si intende comunemente, perché si baratta il bene di pochi ai danni di quello di tutti.
Facciamo qualche esempio: si limita il diritto a un’istruzione di buona qualità per gli allievi bravi, intelligenti e disciplinati, per star dietro a quelli che impediscono le normali lezioni; si compilano punteggi nelle graduatorie per le case popolari che favoriscono i migranti, notoriamente più prolifici degli autoctoni; si spendono soldi pubblici per aggiungere toilette riservate a chi non si sente né maschio né femmina; si pensa sempre che il detenuto o il delinquente picchiato dalle Forze dell’Ordine sia una vittima, il tutto ai danni di poliziotti e carabinieri che sono sottoposti a indagini giudiziarie come “atto dovuto”.
E via di questo passo, a scapito non solo dei bravi cittadini e delle loro tasche, ma del buon senso e della razionalità.
Le immagini: elaborate con l’intelligenza artificiale generativa attraverso Google Gemini secondo la licenza per uso libero e gratuito.
Rino Tripodi
(Pensieri divergenti. Libero blog indipendente e non allineato)


















