Ne “Il cardinale Napellus” (Franco Maria Ricci editore) l’eccentrico narratore austriaco prefigura l’apocalisse tecnocratica
È noto che una delle magie della Letteratura consiste nel prevedere con largo anticipo scenari futuri relativi agli sviluppi sociali, storici, tecnologici, ecologici e scientifici. A volte si tratta di prospettive ottimistiche. E il primo nome che viene in mente è quello di Jules Verne. Altre volte, invece – e sempre più spesso, dal XX secolo in poi – si tratta di scenari cupi, pessimistici, vere e proprie distopie.
Più volte la nostra rivista/blog ha trattato gli incubi distopici (ad esempio, vedi L’allucinante mondo post apocalittico di Volodine/Bassmann; “The Big Brother is watching you”; La “dittatura dolce” si sta realizzando; Il futuro del mondo nella cupa distopia di Philip K. Dick; Quando l’utopia è il suo contrario).
Ma, al di là dei grandi autori della letteratura distopica, quasi “specializzati” nel genere, troviamo interessanti spunti su un allucinante, apocalittico futuro prossimo venturo, in altri scrittori, anch’essi visionari, ma spesso eccentrici, se non strampalati, stravaganti, strambi, bizzarri.
Ad esempio, in un altro nostro articolo [La disumanità di scienza (e vaccini) in Lovecraft] abbiamo citato un brano del racconto L’ultimo esperimento di Herbert George Lovecraft, nel quale il geniale narratore horror statunitense denunciava indirettamente lo scientismo e la crudeltà della medicina sperimentale sui pazienti.
Ora intendiamo proporvi un brano ancora più visionario, anzi apocalittico, tratto da Il cardinale Napellus (1915), uno dei racconti più noti del davvero originale scrittore esoterico viennese Gustav Meyrink, autore, tra l’altro, del celeberrimo Il Golem.
A parlare è il misterioso dottor Chrysophron Zagräus, che sembra anticipare le guerre robot-umani dei film della serie cinematografica Terminator (i corsivi sono i nostri).
«È vero, il Cantico dei Cantici dell’odio mugghia e scroscia per il mondo intero. L’ho visto coi miei stessi occhi, colui che siede sul cavallo smorto, e dietro di lui l’esercito delle macchine dalle mille forme – nostri amici e alleati. Da tempo hanno acquisito la padronanza su se stesse, ma gli uomini, ciechi, continuano a credersi i loro padroni.
Locomotive senza conducente cariche di macigni passano imperversando in una corsa folle scagliandosi su di loro e ne seppelliscono centinaia e centinaia sotto il peso dei loro corpi d’acciaio.
L’azoto dell’aria si condensa in un nuovo micidiale esplosivo; la natura stessa si affanna in un’eccitazione spasmodica a offrire generosamente i suoi tesori per estirpare una volta per tutte il mostro bianco che da tempo immemorabile scava cicatrici sul suo viso.
Tralci metallici dalle terribili spine acuminate crescono dal suolo, afferrano le gambe e straziano i corpi; silenziosamente giubilano i telegrafi ammiccando gli uni con gli altri: altre centinaia di migliaia della maledetta nidiata sono annientati.
Celati dietro alberi e colline spiano i mortai giganti, i colli tesi verso il cielo, blocchi di minerale stretti tra i denti, finché ingannevoli mulini a vento con le braccia fanno perfidi segnali di sputare morte e distruzione. Vipere elettriche guizzano sotto terra – ora! Una minuscola scintilla verdognola, e urla un terremoto e il paesaggio si trasforma in un’enorme fossa comune!
Con occhi brillanti di animali da preda scrutano i riflettori nell’oscurità! Ancora! Ancora! Ancora! Dove sono ancora? Ed eccoli avanzare barcollanti in grigi sudari – branchi sterminati – i piedi sanguinanti, gli occhi spenti, ciondolanti di stanchezza, semiaddormentati, il petto ansimante e le ginocchia che si spezzano; – ma incalzanti abbaiano i tamburi con fanatiche grida di fachiri e destano a colpi di frusta il furore guerriero nei cervelli storditi, finché la furia omicida si scatena urlando irrefrenabile… e infine lo scroscio della pioggia di piombo incontra solo cadaveri.
Da occidente a oriente, dall’America all’Asia, qui tutti affluiscono per la danza di guerra i mostri di bronzo, le bocche circolari avide di morte.
Squali di acciaio si aggirano furtivamente lungo le coste, e soffocano nel loro ventre coloro che un tempo li misero al mondo, E persino che era rimasto a casa, chi sembrava tiepido, e per tanto tempo non era stato né caldo né freddo – e prima fabbricava solo pacifici strumenti – si è svegliato e porta il suo contributo al grande macello: senza posa notte e giorno soffiano il loro alito infuocato verso il cielo, e dai loro corpi scaturiscono lame di spade, bossoli, lance, razzi. Impossibile sedersi ormai, impossibile dormire.
Sempre nuovi avvoltoi giganti vogliono imparare a volare per andare a roteare sopra le ultime tane degli uomini, e instancabili corrono avanti e indietro migliaia di ragni d’acciaio a tessere le loro argentee ali. […]
Ciò che riposa nelle cavità della terra trasformato in petrolio da una millenaria decomposizione – il sangue e la carne dei draghi antidiluviani – si ridesta e vuole tornare in vita. Scaldata e distillata in panciute caldaie fluisce ora come benzina nei ventricoli del cuore di nuovi fantastici mostri dell’aria e li fa vibrare di una nuova forza. Benzina e sangue di drago! – chi vede ancora una differenza? È come l’infernale preludio del Giudizio Universale».
(Da Gustav Meyrink, Il cardinale Napellus, a cura e con Introduzione di Jorge Luis Borges, traduzione di Ettore Zilioli, Franco Maria Ricci editore, Milano 1976, pp. 64-67)
Le immagini: la copertina del libro di Meyrink dal quale è tratta la citazione, ed elaborate con l’intelligenza artificiale generativa attraverso Google Gemini secondo la licenza per uso libero e gratuito.
Rino Tripodi
(Pensieri divergenti. Libero blog indipendente e non allineato)













