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Home VECCHI ARTICOLI INEDITION

La storia dell’inno di Mameli… e Novaro

Francesco Cento by Francesco Cento
19 Gennaio 2011
in INEDITION, STORIA
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Chissà quante volte, nelle commemorazioni ufficiali che si sono avvicendate e che si avvicenderanno per il centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia, si è ascoltato e si ascolterà l’inno italiano, il fatidico Fratelli d’Italia di Mameli. Certo, nessuno farà caso, come al solito, che Mameli non è l’autore della musica, come è nella consuetudine italiana indicare, ma delle parole.
Eppure, quando si parla dell’Aida si dice “di Verdi”, autore della musica, non mai “di Ghislanzoni”, autore delle parole. Allo stesso modo la Carmen è di Bizet, giammai di Meilhac e Halévy, i librettisti. Eppure, Il canto degli italiani (questo il vero nome del brano) è passato alla storia col nome del poeta (alla maniera ottocentesca) e non del musicista.
Molto probabilmente, la causa è da individuare nella prematura, quanto gloriosa, scomparsa del giovane Mameli, morto nella difesa di Roma nel 1849. La glorificazione dell’uno causò l’oblio dell’altro, eppure entrambi, ancora giovanissimi, condivisero lo stesso ideale di libertà e di patriottismo.

Ma chi era Michele Novaro? – Michele Novaro nacque a Genova il 23 dicembre 1822 (e non nel 1818, come si legge in qualche rarissimo profilo) da Gerolamo, originario di Dolceacqua (Ventimiglia), macchinista presso il teatro Carlo Felice di Genova, e da Giuseppina Canzio, sorella di Michele Canzio, scenografo e poi impresario del massimo teatro genovese. Il giovane cantante si fa “le ossa” (all’ombra dello zio?) presso il Carlo Felice di Genova. Il suo nome compare per la prima volta in una produzione del Gianni di Calais di Donizetti, rappresentato presso il massimo teatro genovese la sera del 6 ottobre 1838, con esito infelicissimo. Ancora al Carlo Felice, lo vediamo impegnato ne La marescialla d’Ancre di Alessandro Nini (31 dicembre 1839) e, sempre dello stesso compositore, nella Cristina di Svezia, il 6 maggio 1840. In quello stesso anno cantò nella Parisina di Donizetti, sempre al Carlo Felice (19 febbraio). E non doveva essere proprio scalcinato, come cantante, se ebbe l’opportunità di esibirsi a Vienna, in altre due opere di Donizetti: alla prima di Linda di Chamounix, il 19 maggio 1842, e, nella parte di Gondì, nella prima rappresentazione della Maria di Rohan, il 5 giugno 1843 (prima che la parte fosse trasformata per musico nell’edizione parigina del novembre 1843), tutte al Karntnertor theater. Quindi, fino al 1861, lo troviamo a Torino come secondo tenore e maestro dei cori al teatro Regio e al Carignano.

Da cantante a didatta – Dopo l’unità d’Italia, Novaro lasciò la capitale piemontese. Tornò a Genova dove, con la moglie Elisabetta Breytweieser, la figlia Giuseppina e la suocera Carlotta, visse, per lungo tempo, in una casa in piazza Tessitori. In quegli anni lo raggiunse il conferimento della croce di Cavaliere della Corona d’Italia. L’impegno e la partecipazione agli ideali del Risorgimento si concretizzarono non solo in una cospicua produzione musicale ma anche nella entusiastica realizzazione di concerti e spettacoli per la raccolta di fondi destinati alla causa nazionale. A Genova fonda una Scuola gratuita popolare di canto. Con questa scuola riuscirà a realizzare spettacoli che caratterizzeranno i cartelloni dei teatri cittadini per qualche tempo. La prima uscita degli allievi avviene il 1° ottobre 1869, presso il Teatro nazionale di Genova, ne Il maestro del villaggio, con musiche di compositori vari (tra i quali Cimarosa) messi insieme da Novaro. Il 4 ottobre 1873, presso il Teatro Andrea Doria, fu rappresentata l’opera Don Finocchio di Cotti Caccia; il 15 ottobre I due ciabattini di Francesco Ruggi e il 21 ottobre l’Ajo nell’imbarazzo di Donizetti, tutte nel medesimo teatro. Il 22 ottobre 1874, presso il Teatro nazionale, gli allievi della Scuola popolare misero in scena l’opera, in dialetto genovese, O megu pe forza, composta dallo stesso Novaro su parole di Niccolò Bacigalupo (probabilmente l’unico esempio di teatro musicale genovese del XIX secolo). Il 16 dicembre 1876 la Scuola di Novaro mette in scena Il barbiere di Siviglia di Rossini, presso il Teatro Paganini. Il musicista morì a Genova, il 21 ottobre 1885, a sessantatre anni, malato e senza un soldo (nonostante la croce di cavaliere di cui sopra). Furono i suoi ex allievi, tramite una colletta, a erigergli un monumento nel cimitero di Staglieno, accanto alla tomba di Mazzini.

Fratelli d’Italia – La storia dell’attuale, anche se mai riconosciuto definitivamente, inno della Repubblica italiana, nasce da una storia di amicizia. Entrambi, il poeta e il musicista, erano genovesi e, per giunta, nati e vissuti nello stesso quartiere. Lo scrittore Anton Giulio Barrili, il 10 novembre 1847, era a Torino, presso la casa del patriota Lorenzo Valerio, e fu presente quando, tramite il pittore Borzino, Novaro lesse per la prima volta la composizione di Mameli: «Si faceva musica e politica insieme, si leggevano al pianoforte parecchi versi sbocciati appunto per ogni terra d’Italia». Entra nel salotto un nuovo ospite, Ulisse Borzino, che voltosi al Novaro, con un foglietto che aveva cavato di tasca, gli disse: «To’, te lo mando Goffredo». Il Novaro apre il foglio, legge, si commuove. Gli chiedono tutti cos’è. Una cosa stupenda, esclama il maestro, e legge ad alta voce e solleva d’entusiasmo tutto l’uditorio”. Novaro stesso, nel 1875, racconterà l’episodio in questi termini: «Mi posi subito al cembalo coi versi di Goffredo sul leggio e strimpellavo, assassinavo con le dita convulse quel povero strumento, sempre con gli occhi all’inno, mettevo giù frasi melodiche, l’una sull’altra ma lungi mille miglia dall’idea che potessero adattarsi a quelle parole. Mi alzai scontento di me, presi congedo e corsi a casa. Là, senza pure levarmi il cappello, mi buttai al pianoforte. Mi tornò alla mente il motivo strimpellato in casa Valerio: lo scrissi su di un foglio di carta, il primo che venne alle mani, nella mia agitazione rovesciai la lucerna sul cembalo e per conseguenza anche sul povero foglio».

A mo’ di conclusione – Il canto degli italiani (alias Fratelli d’Italia), musicato da Novaro, fu eseguito per la prima volta a Genova, il 10 dicembre 1847, durante la manifestazione per il 101 anniversario dell’insurrezione antiaustriaca (quella di Balilla, per intenderci!). La prima stesura manoscritta è conservata all’Istituto mazziniano di Genova ed è all’interno di un quaderno personale del poeta con appunti, poesie e scritti vari. Il secondo manoscritto si trova al Museo del Risorgimento di Torino. È la copia che Mameli inviò a Novaro. Sempre all’Istituto mazziniano di Genova è conservato un manoscritto musicale recante le seguenti parole «Torino 5 Xbre 1847. Quando la mia Patria dopo tanti anni di infame servaggio, respirava le prime aure di libertà», vergate dalla mano del Novaro. Si tratta, sicuramente, di una copia tarda poiché, accanto al nome del poeta – “Mamelli” -, sempre per mano del compositore, si legge: «Ucciso dai Francesi combattendo per la libertà Italiana a Roma».

Bibliografia minima:
Roberto Iovino, Michele Novaro e l’Inno di Mameli, in Fratelli d’Italia, Goffredo Mameli e Genova nel 1847 (a cura di Emilio Costa, Giulio Fiaschini, Leo Morabito, con uno scritto del presidente della Repubblica), Marco Sabatelli Editore, 1998;
Leo Morabito, La prima volta del tricolore, in Finestra sul Risorgimento (a cura di Andrea Casazza), Il Melangolo, 2004.

Francesco Cento

(LM MAGAZINE n. 15, 15 marzo 2011, supplemento a LucidaMente, anno VI, n. 63, marzo 2011)

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Tags: aidacarlo felicedolceacquagenovagerolamoinno di mameliistituto mazzinianoitaliamichele canziomichele novaroromateatroventimigliaverdi
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