L’imprenditore, il manager e il dirigente disonesti, oltre a provocare danni sociali, soffrono spesso di veri e propri disturbi della personalità
I primi studi scientifici sulla criminalità aziendale risalgono agli anni Venti del Novecento e sono stati allestiti negli Stati uniti d’America. Da subito, è emerso che il dirigente d’azienda corrotto e corruttore si nasconde dietro parvenze di prestigio e rispettabilità, ha un’elevata preparazione culturale e occupa una posizione sociale medio-alta.
Eppure, l’imprenditore disonesto manifesta una completa assenza di istanze morali e di rispetto per la società e i suoi valori. Al colletto bianco infrattore non interessa alcunché dei danni macroeconomici o ambientali cagionati, poiché la sua unica preoccupazione è quella di massimizzare il profitto, anche con mezzi totalmente illegali.
Gli effetti negativi della corruzione nel lungo periodo
Lo white collar crime, come viene chiamato nella Criminologia anglofona, è ancor più detestabile in quanto il professionista disonesto agisce con una volontà pienamente dolosa, ovverosia sapendo di creare danni enormi all’economia e, sovente, pure alla salute dei consociati.
L’impresa corrotta o l’ente pubblico che si lascia facilmente corrompere sono organizzazioni chiuse nei confronti di qualunque regola legale esterna. Viceversa, gli associati per delinquere “in colletto bianco” formano un gruppo ristretto e impermeabile, sprezzante verso la legalità, cinico e disinteressato alla tutela del benessere economico nazionale.
Tuttavia, come prevedibile, nel lungo periodo, la disonestà cronica di tali imprenditori ha un “effetto boomerang” autodistruttivo. Per esempio, l’Ordinamento sovietico, profondamente disfunzionale e malgestito, è crollato nonostante gli ottimi risultati apparenti conseguiti nel breve periodo. Analoga osservazione vale pure per gli Stati africani, in cui la diffusa corruzione provoca conseguenze destabilizzanti nel corso dei decenni, pur se queste lacune macroeconomiche non sono visibili da subito.
Dunque, è corretto affermare che praticare sistematicamente l’illegalità non paga nel corso del tempo e, lentamente, toglie credibilità ai Sistemi intrisi di corruzione e antinormatività compulsiva.
La vera personalità del dirigente aziendale dedito al crimine economico
Come detto all’inizio, il criminale economico presenta una parvenza di onestà e di rispettabilità; ma la realtà fattuale è ben diversa. Infatti, il toxic leader si caratterizza per una personalità fortemente disturbata, narcisistica, sottilmente violenta e aggressiva. Anzi, recenti Studi criminologici statunitensi hanno parlato di una vera e propria “psicopatologia” degli imprenditori senza scrupoli.
Addirittura, in una Sentenza del 5 dicembre 2013, la Corte di Cassazione italiana è giunta anch’essa a riconoscere che la “situazione psichica” dei devianti finanziari può essere una delle concause che portano a gravi dissesti economici eterolesivi, come dimostrano i clamorosi fallimenti di istituti bancari collassati dopo decenni di operazioni troppo rischiose e gestite con spavalda disinvoltura.
Negli Usa, molti amministratori d’azienda rei di crimini finanziari sono stati giudicati persino “incapaci d’intendere e di volere” a causa di veri e propri disturbi di personalità criminogeni.
Il parere della Criminologia italiana
Purtroppo, nel contesto accademico italiano si è iniziato a parlare di “psicopatologia” dei colletti bianchi solamente verso la prima metà degli anni Novanta del Novecento. Per il vero, anche nei primi anni Duemila, sono pochi i dottrinari che ammettono autentiche “malattie mentali” in relazione ai leaders economici, che raramente sono reputati affetti da forme d’infermità o semi-infermità mentale.
Nel sistema giudiziario italiano, ciò che conta è pervenire al risarcimento dei danni pecuniari patiti dai consumatori, ma sono poche le ricerche che si concentrano sulle invalidità psichiche dei dirigenti aziendali corrotti. Tuttavia, non mancano censimenti criminologici italofoni ove si ammette che molti amministratori d’azienda sono affetti da nevrosi patologiche, ansia, ebbrezza da rischio, egocentrismo, bassa empatia, massimizzazione ossessiva del proprio lucro e disprezzo per una moralità ordinaria e per la tutela del consumatore.
L’approccio neuroscientifico
Negli Stati uniti si afferma erroneamente che le patologie mentali stanno alla base tanto dei crimini “di strada” (omicidi volontari, stupri e rapine) quanto della criminalità “in colletto bianco” (leggi anche il nostro Condizionamenti sociali e propensione al crimine). Negli Usa, specialmente a livello di trattamento penitenziario, il reo viene “medicalizzato”, ossia reputato sempre e comunque alla stregua di un mezzo psicopatico da curare e non da risocializzare dopo l’espiazione della pena.
Riguardo lo white collar crime, la Criminologia statunitense afferma che la mancanza di umanità degli imprenditori cronicamente disonesti discenderebbe da presunti malfunzionamenti della zona prefrontale del cervello, dell’emisfero sinistro cerebrale, dell’amigdala e della corteccia prefrontale. Nelle neuroscienze d’oltreoceano abbondano studi psichiatrici che parlano di “neuroeconomia”, ovvero di un crimine imprenditoriale che sarebbe connesso a presunti malfunzionamenti congeniti del cervello, soprattutto per quanto riguarda la mancanza del senso di umanità e del rispetto delle normali regole della concorrenza perfetta.
Sta tornando l’errore del determinismo neurobiologico
A parere di chi redige, ma pure per gli Autori italofoni meno “americanizzati”, è sbagliato confidare eccessivamente nell’approccio neuroscientifico, poiché il crimine, anche quello dei colletti bianchi, non toglie quasi mai la piena imputabilità dell’infrattore. Il cervello non delinque in maniera deterministica e la devianza, più o meno palese che sia, dipende da fattori cultural-pedagogici che nulla hanno a che fare con malformazioni fisiologiche del cervello.
Parlare di “tare mentali” nel deviante è pericoloso, giacché si rischia di riaprire la porta ad un approccio eugenetico neonazista che nega la perfetta “trattabilità” carceraria del condannato, anche se si tratta di un ex dirigente d’azienda che provava piacere nell’assumere rischi d’azienda abnormi. La mancanza di un’etica aziendale corretta è e rimane un problema di cultura non riducibile a disfunzioni nelle secrezioni ormonali del cervello.
In conclusione, chi scrive rigetta l’utilizzo oltranzista delle neuroscienze, le quali si fondano sull’ipertrofica immagine di una Medicina onnipotente e onnipresente.
Le immagini: elaborate con l’intelligenza artificiale generativa attraverso Google Gemini secondo la licenza per uso libero e gratuito.
Andrea Baiguera Altieri
(Pensieri divergenti. Libero blog indipendente e non allineato)


















