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Home TEMATICHE CIVILI

Senza informazione dei cittadini, non c’è legge né diritti

Riguardo la legislazione su alcune tematiche come il testamento biologico, lo Stato non comunica, così l’Associazione Libera Uscita ha lanciato una propria campagna di sensibilizzazione

Rino Tripodi by Rino Tripodi
18 Novembre 2022
in ATTACCO FRONTALE, GIURISPRUDENZA-DIRITTO DEL LAVORO, SALUTE-MEDICINA, TEMATICHE CIVILI
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Riguardo la legislazione su alcune tematiche come il testamento biologico, lo Stato non comunica, così l’Associazione Libera Uscita ha lanciato una propria campagna di sensibilizzazione

Uno dei cardini della giurisprudenza – sebbene esistano vari dibattiti al riguardo – è quello, notissimo e antichissimo, secondo il quale Ignorantia legis non excusat. La traduzione, più o meno letterale, è che “L’ignoranza della legge non è una giustificazione”, ovvero “la legge dello Stato non ammette la mancata conoscenza della stessa da parte del cittadino”. Volendo un po’ parafrasare e spiegare meglio, potremmo dire che “la mancata conoscenza delle legge non è una scusa valida per giustificare un atto illecito”.

Tuttavia, questo principio, per molti versi valido, viene adoperato come una clava contro i cittadini, nel senso che qualora, seppure in buona fede, una persona trasgredisce una norma dello Stato che le è ignota, la paga cara, carissima. Probabilmente anche più a caro prezzo di chi infrange la legge coscientemente e volutamente, perché quest’ultimo si sarà ben cautelato e salvaguardato dalle conseguenze del proprio atto illecito: avvocati e… commercialisti servono anche per questo. Ma se l’ignoranza della legge non è ammessa quando essa va a scapito del cittadino stesso, cosa succede nel caso contrario, ovvero quando una norma che favorisce la libertà e la dignità della persona è poco o nient’affatto conosciuta dalle masse? Senza un’adeguata informazione non può esserci vero diritto e tutela dei cittadini. È il caso delle normative sul fine vita e, in particolare, di quella di più semplice fruizione e applicabilità, la Legge 219 del 22 dicembre 2017.

Essa riguarda il testamento biologico comunemente detto, ufficialmente riconosciuto come DAT (Direttive anticipate di trattamento), attraverso le quali il cittadino, quando è ancora cosciente e in possesso di tutte le proprie facoltà intellettive, può scegliere liberamente a quali trattamenti sanitari sottoporsi. Tali volontà possono essere depositate a pagamento presso un notaio, ma – importantissimo – gratuitamente presso l’Ufficio anagrafe del proprio Comune di residenza. Ebbene, quanti ne sono a conoscenza? Quanti ne sono stati informati? Pare che persino gli impiegati di molti Comuni ne sappiano poco o nulla.

Siamo stati sommersi per più di due anni da costosi messaggi – peraltro contraddittori, fuorvianti, persino non veritieri – su pandemia, virtuosi comportamenti sanitari e di protezione, presunti vaccini, ma in quasi cinque anni nulla è stato fatto per informare i cittadini su come tutelarsi in caso di evenienze che – diciamo la verità pura e semplice – riguarderanno quasi tutte e tutti. In entrambe le fattispecie, Covid-19 e fine vita, sembra che si voglia negare la libertà di scegliere le proprie cure. Pertanto, in queste settimane è stata un’associazione che da anni si occupa delle tematiche del fine vita, Libera Uscita, a promuovere, con le proprie poche forze e anche con un pizzico di provocazione, una propria campagna sul testamento biologico, invitando i cittadini a fruire della possibilità di depositare le proprie volontà in Comune, anche nel caso si intenda prolungare in ogni modo la propria esistenza biologica. Perché pure questo è sottaciuto: lasciare le proprie DAT significa cautelarsi non solo dal subire il cosiddetto accanimento terapeutico, ma pure nel senso opposto.

È evidente che la mancanza di informazione sul testamento biologico oppure sulle cure palliative, anch’esse riconosciute da una legge dello Stato, la 38/2010, sia voluta e legata a posizioni ideologiche e di convenienza politico-elettorale, così come, a campi invertiti, è avvenuto per l’epidemia da Sars-Cov-2. Ugualmente si può dire di altri temi affini, quali la sedazione palliativa, l’eutanasia e il suicidio assistito, nonché della confusione nell’uso della terminologia. Nonostante, infatti, secondo tutti i sondaggi (compresa un’indagine commissionata dalla stessa Libera Uscita), gli italiani siano in stragrande maggioranza favorevoli a voler scegliere sulle questioni del fine vita riguardanti il proprio corpo, il peso del potere di coloro che si oppongono a tale libertà è molto forte.

Dunque, attraverso spot televisivi, inserzioni sulla carta stampata e su riviste telematiche (vedi, ad esempio, qui), il tutto a proprie spese, grazie ai fondi raccolti negli anni dalle iscrizioni dei soci o da libere donazioni, Libera Uscita ha inteso rompere il silenzio che avvolge tali tematiche, che peraltro riemergono periodicamente allorquando situazioni-limite balzano ai (tristi) onori della cronaca. Ma in questi casi il bailamme mediatico assume modalità assordanti e confuse, scorrette ed eclatanti, con l’esasperazione dei punti di vista tipica dei volgari talk show e la mancanza di una corretta informazione. In effetti, non dovrebbero proprio esistere casi-limite, ma, al contrario, la libera scelta dei trattamenti sanitari cui sottoporsi in caso di gravi malattie e del proprio dignitoso fine vita dovrebbe essere la normalità. E riguardare non l’ideologia e i pregiudizi, ma soltanto la sfera dell’umanità, della dignità, della pietà e della libertà umane. Come affermò Piergiorgio Welby, «morire dev’essere come addormentarsi dopo l’amore, stanchi, tranquilli e con quel senso di stupore che pervade ogni cosa».

Le immagini: a uso gratuito da pexels.com.

Rino Tripodi

(LucidaMente 3000, anno XVII, n. 203, novembre 2022 – supplemento LM EXTRA n. 38, Speciale Testamento biologico)

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Tags: dirittifine vitainformazioneleggelegge 219/2017libera uscitatestamento biologico
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