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Home ATTACCO FRONTALE

L’odissea dei “riders”: ecco chi paga il prezzo della “gig economy”

Alessia Ruggieri by Alessia Ruggieri
7 Febbraio 2019
in ATTACCO FRONTALE, MONDO E GLOBALIZZAZIONE, SOTTO I RIFLETTORI, TEMATICHE CIVILI
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I fattorini di Deliveroo, Foodora e Glovo affollano le città con le loro biciclette, ma in quanto a tutele sono praticamente invisibili

All’origine c’è un’idea semplice: estendere a ristoranti, fast food, sushi e bar la consegna a domicilio, servizio che fino a pochi anni fa era reso unicamente dalle pizzerie tramite il proprio personale e solo telefonando alla struttura. Come? Creando una piattaforma online nella quale i ristoratori possano scegliere di apparire, essere visionati e ricevere ordini dagli affamati avventori. Ultimo step: richiedere ai clienti un indirizzo di consegna e fornire loro il cibo desiderato nel minor tempo possibile.

19-orderonline Ed è qui che entrano in gioco i tanto chiacchierati riders, convocati dal ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Luigi Di Maio in quanto nuovo volto del precariato, nient’altro che corrieri del cibo: ragazzi, spesso studenti universitari, che ricercano nelle piattaforme di food delivery un impiego flessibile, per arrotondare. Ma anche vittime della stagnazione del mercato lavorativo italiano, che hanno trovato nei colossi online un modo semplice e rapido per guadagnare, sottraendosi a stage interminabili e richieste impossibili. A capo di tutto vi sono impresari spagnoli, francesi e inglesi che, sfruttando l’adattabilità dei giovani di tutta Europa, godono di enorme manodopera a costi irrisori. In Italia sono circa diecimila i fattorini arruolati in questo ramo della gig economy, letteralmente “economia dei lavoretti”, nella quale rientrano tutti gli impieghi che assorbono (o dovrebbero assorbire) qualche ora a settimana, magari affiancati a un’altra occupazione e che permettono di racimolare qualche spicciolo in più con pochi sforzi. Peccato che, allo stato attuale delle cose, essere un rider sia tutt’altro che un lavoretto.

Si prenda un maggiorenne che, provvisto di smartphone, bicicletta e “sorriso a trentadue denti” (come richiesto sul sito di Glovo), decida di avviare una collaborazione e divenire fattorino. Gli verrà fornito l’equipaggiamento necessario: un caricabatterie portatile, uno zainetto termico, un caschetto e un impermeabile, che egli dovrà ammortizzare detraendo 65,00 euro dal suo primo stipendio. Gli verrà detto di installare una app sul cellulare, di comunicare la propria disponibilità e di connettersi agli orari prestabiliti, durante i quali dovrà rimanere in una zona della città assegnatagli, in attesa di ricevere un ordine. Gli verrà infine promesso che potrà guadagnare fino a 10,00 euro l’ora, che avrà la possibilità di sfruttare il suo tempo libero in modo divertente e che sceglierà i propri turni in totale libertà.

19-riderfoodoraSperanzoso, il ragazzo accetta e si prenota per la prima fascia oraria accessibile. Dopotutto i siti di Glovo & company sono abili a nascondere le problematiche che, nella pratica, rendono tormentate le condizioni di lavoro a prima vista accettabili (La dura vita da rider, Piazzapulita). Prima fra tutte: la modalità di pagamento. Non vi è compenso orario, bensì a cottimo: per ogni consegna, in base alla piattaforma per la quale si lavora, si ricevono dai 2,00 ai 5,00 euro, con un’aggiunta di circa quarantacinque centesimi per chilometro percorso in bici, poco più nel caso si utilizzi lo scooter. Se vi fosse un certo numero di consegne orarie garantite, questa sarebbe una condizione ugualmente ingiusta, ma permetterebbe quantomeno di assicurare una retribuzione minima. Non essendovi alcuna premessa del genere, un fattorino potrà rimanere ore ad aspettare che gli venga assegnato un ordine e non guadagnare nemmeno un euro. Dunque, essere pagati qualche spicciolo per macinare chilometri è la prospettiva “migliore”: la peggiore è quella di passare il proprio tempo fuori al freddo, disertando altri impegni, per poi tornare a casa e rendersi conto che tale tempo non è valso niente.

Un altro effetto collaterale del lavoro a cottimo è che aumenta inevitabilmente i rischi. Il rider cercherà infatti di velocizzare gli spostamenti e svolgere più consegne possibili, anche perché glielo richiede in continuazione l’azienda. Ciò vuol dire affrontare il traffico della città andando a tutta velocità in bici, non rispettando il codice della strada e magari tentando qualche sorpasso spericolato per non sforare i 40 minuti auspicati dai datori per ogni trasporto. Il 17 maggio scorso a Milano Francesco Iennaco, fattorino di JustEat, è rimasto coinvolto in un incidente con un tram nel quale ha perso una gamba (Milano, 28enne finisce sotto il tram: scatta lo sciopero dei rider, Il Giorno). I pericoli sono dunque reali e amplificati dalle condizioni climatiche: vento, pioggia e neve non fermano certo il business, mettendo a repentaglio l’incolumità dei ciclisti.

19-protestadeiridersGli incidenti non sono peraltro coperti da alcun tipo di assicurazione: che il danno sia del mezzo o del conducente, il datore se ne lava le mani. Questo perché non vi è un inquadramento chiaro del rapporto lavorativo, né un contratto. I riders sono considerati lavoratori autonomi, poiché scelgono se e quando prestare servizio. Ma anche su tale punto le piattaforme non sono del tutto oneste, in quanto i turni sono spesso così affollati che, pur di essere operativi, ci si prenota al primo disponibile, senza alcuna possibilità di scelta. Se, per qualsiasi motivo, non ci si può presentare nei giorni stabiliti, si avrà difficoltà a prenotare i turni nelle settimane a seguire e si riceveranno, in qualche caso, messaggi “minatori”. La flessibilità diviene un’arma che l’impresa utilizza contro il lavoratore, sfruttandola per non riconoscere il rapporto di dipendenza, ove invece esso sarebbe presente. Deliveroo, Foodora e Glovo sanno infatti in ogni momento dove sono i propri fattorini tramite la localizzazione dei telefoni e adottano nei loro confronti sistemi di controllo pervasivi.

Comprensibilmente sono arrivate le proteste e, al grido di «mai più consegne senza tutele», i riders di Milano, Torino e Bologna sono scesi in piazza. Un salario minimo, il divieto di cottimo, una copertura previdenziale sono fra le richieste che hanno ottenuto l’attenzione del governo. Di Maio ha infatti indetto un tavolo di trattative fra i manager delle aziende di food delivery e i rappresentanti dei fattorini, che però si è risolto con minacce di abbandonare il mercato italiano da parte dei primi e, quindi, con un nulla di fatto. L’ultimo incontro risale all’11 settembre 2018 e, intanto, migliaia di giovani continuano a pedalare da mattina a sera aspettando di essere ascoltati come era stato loro promesso in campagna elettorale.

Per saperne ancora di più: Riders, 4 euro a consegna e zero assicurazione, Il Corriere della Sera.

Le immagini: rider dell’azienda tedesca Foodora; la protesta dei riders di Glovo, impresa spagnola, a Bologna (da Il Corriere della Sera).

Alessia Ruggieri

(LucidaMente, anno XIV, n. 158, febbraio 2019)

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Tags: aziendebiciclettaciboconsegna a domiciliocottimoDeliveroofattorinifocusFoodoragig economyGlovoJustEatlavoroluigi di maiopagamentopastiriders
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