Nel saggio “NATO. L’espansione verso la Russia” (Piemme) Alessandro Orsini ripercorre gli eventi accaduti nel continente europeo dopo il 1989, spiegando le ragioni geopolitiche che hanno portato allo scoppio della Guerra russo-ucraina
Il 7 novembre 1991 il Consiglio atlantico approvò un nuovo “concetto strategico” che trasformò la Nato in un’alleanza aggressiva «capace di intraprendere nuove missioni, incluse le operazioni in risposta alle crisi non previste dell’articolo 5, al di fuori del territorio dell’Alleanza» (Manlio Dinucci, L’altra faccia della storia, Byoblu Edizioni).
Le conseguenze del nuovo indirizzo politico-militare furono soprattutto due: le numerose “guerre umanitarie” combattute dagli Stati uniti in giro per il mondo; la graduale estensione del Patto atlantico a ben 14 stati dell’Europa dell’Est (vedi Rino Tripodi, Non illudiamoci sulla Nato…).
Le tante vittime della Guerra russo-ucraina
Vladimir Putin, violando gravemente il diritto internazionale, ha aggredito l’Ucraina nel 2022 e ha scatenato una guerra che avrebbe finora provocato – secondo le stime del Center for strategic and international studies – «circa due milioni di vittime militari complessive tra morti, feriti e dispersi» (vedi Guerra in Ucraina, studio Csis: quasi 2 milioni di vittime militari tra Russia e Ucraina, in https://agenparl.eu).
Le responsabilità del conflitto, tuttavia, vanno attribuite anche alla strategia perseguita dagli Usa che, dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica, hanno mirato a «isolare la Russia dai nuovi Paesi che popolavano lo spazio sovietico» (Michail Gorbačëv, Il nuovo muro, Sperling & Kupfler).
Di tale avviso è anche Alessandro Orsini – professore associato di Sociologia generale e Sociology of terrorism and political violence presso la Luiss – che ha pubblicato il saggio NATO. L’espansione verso la Russia. Dalla caduta del muro di Berlino alla guerra in Ucraina (Piemme, p. 432, € 19,00).
Le promesse americane dopo la caduta del Muro
Le analisi di Orsini – come specificato nella Prefazione – si basano su fonti inoppugnabili, tra le quali ricordiamo: «Documenti diplomatici e note segrete declassificate e rese consultabili […]. La letteratura accademica rilevante sull’espansione della Nato a est […]. Archivi storici dei grandi media internazionali […]. Dichiarazioni conclusive dei vertici dei capi di Stato e di governo della Nato».
La caduta del Muro di Berlino (9 novembre 1989) consentì al cancelliere tedesco Helmuth Kohl di avviare le trattative con Mosca per l’unificazione delle due Germanie. Il 9 febbraio 1990 il segretario di Stato americano James Baker incontrò al Cremlino il leader dell’Urss Gorbačëv e gli fece questa promessa verbale: «La Nato non si muoverà di un centimetro a est rispetto alla sua posizione attuale». L’impegno fu confermato l’indomani da Kohl, ma il presidente statunitense George H. W. Bush pretese che non ci fossero garanzie scritte in tal senso.
Il Trattato di Mosca e il verbale allegato
Il cancelliere tedesco convinse i sovietici ad accettare l’unificazione tedesca, promettendo «consistenti aiuti economici» e impegnandosi «a non ospitare armi nucleari nella Germania est». L’accordo fu ratificato nel Trattato sullo stato finale della Germania, siglato il 12 settembre 1990 a Mosca da Francia, Germania est, Germania ovest, Regno unito, Urss e Usa. Riguardo al territorio dell’ex Repubblica democratica tedesca, il terzo paragrafo dell’articolo 5 specificò quanto segue: «Forze armate straniere e armi nucleari o i loro vettori non saranno stanziati né dispiegati in quella parte della Germania».
Il ministro degli Esteri sovietico Eduard Shevardnadze e quello tedesco Hans-Dieter Genscher redassero anche un «verbale concordato» che, allegato al Trattato di Mosca, permetteva al governo della Germania riunificata di «stabilire il significato della parola “dispiegato” in modo “ragionevole” e “responsabile”», consentendo l’eventuale «passaggio dei soldati americani dalla Germania Est». Il verbale, comunque, non autorizzava espressamente «l’espansione della Nato verso la Russia».
I niet di Gorbačëv e El’cin
Gorbačëv, pur manifestando la propria contrarietà all’ingresso nel Patto atlantico di stati dell’ex blocco sovietico, accettò il verbale concordato «in parte per debolezza e in parte per mancanza di alternative». Egli, infatti, acconsentì alle richieste occidentali in cambio di «12 miliardi di marchi tedeschi più 3 miliardi senza interessi», necessari a salvare l’Urss dal tracollo economico. Le sue concessioni, tuttavia, alimentarono l’opposizione interna che ne avrebbe determinato poi la caduta nel 1991.
Bush senior, in verità, lo raggirò e gli fece credere che «non intendeva espandere la Nato nei Paesi dell’Europa dell’Est». Il presidente Bill Clinton, invece, annunciò nel 1994 il proposito di allargarla, avviando il Partenariato per la pace, un programma di cooperazione con gli stati neutrali europei. A esso aderì pure il presidente della Federazione russa Boris El’cin, che però pretese il rispetto dello «spirito» del Trattato di Mosca opponendosi all’ingresso nel Patto atlantico di stati excomunisti.
L’avvento di Putin
Il 3 settembre 1995 fu pubblicato lo Studio sull’allargamento della Nato, un documento programmatico che suscitò la rabbiosa reazione di El’cin, il quale dichiarò che l’espansionismo atlantico «avrebbe certamente causato una nuova guerra in tutta Europa». Le rimostranze, tuttavia, furono puramente verbali e – stante la debolezza economica e militare della nazione russa – non sortirono alcun effetto.
La sconfitta patita nella guerra contro i separatisti ceceni (1996) rese El’cin più remissivo, inducendolo ad adottare «la strategia della gestione del danno». Il Cremlino, pertanto, accettò l’ingresso graduale nella Nato degli stati dell’Est che non avevano fatto parte dell’Urss (i primi furono Polonia, Repubblica ceca e Ungheria nel 1999). I bombardamenti della Nato in Serbia (marzo-giugno 1999) segnarono però uno spartiacque significativo nella storia della Russia postsovietica. El’cin – afflitto dall’alcolismo – cedette il potere a Putin, che fu nominato dapprima capo del Governo e successivamente presidente ad interim (31 dicembre 1999).
Dalla collaborazione ai primi attriti
Il nuovo capo del Cremlino assunse inizialmente un atteggiamento conciliante, continuando la strategia del «contenimento del danno». Egli, infatti, propose l’ingresso della Russia nel Patto atlantico, aiutò Washington nella lotta al terrorismo islamico e nel 2002 firmò gli Accordi di Pratica di Mare che segnarono «un avvicinamento senza precedenti tra la Nato e la Russia». Nel contempo, tuttavia, ricostruì l’esercito in disarmo e investì ingenti capitali nell’industria bellica e nella ricerca scientifica, risollevando l’economia russa dalla grave crisi degli anni Novanta.
George W. Bush proseguì la politica aggressiva di Clinton e ordinò l’invasione dell’Afghanistan (2001) e dell’Iraq (2003), ammettendo nella Nato le ex repubbliche sovietiche di Estonia, Lettonia e Lituania (2004). Egli, inoltre, avviò le procedure per l’adesione futura di Georgia e Ucraina, suscitando così la dura reazione di Putin che sospese il Trattato sulle forze armate convenzionali, stipulato nel 1990, e accusò gli Usa «di averlo reso obsoleto».
Il ritorno della Guerra fredda
Nell’agosto 2008 il presidente filoccidentale della Georgia Mikheil Saak’ashvili dispose un’offensiva militare contro i separatisti dell’Ossezia del Sud, suscitando la risposta dell’esercito russo che costrinse i soldati georgiani a ritirarsi. Nel 2011 Barack Obama colpì due storici alleati di Mosca: gli aerei e le navi della Nato, infatti, bombardarono la Libia, mentre in Siria venne fomentata una ribellione contro Bashar al-Assad. Il leader libico Mu’ammar Gheddafi fu catturato e ucciso; quello siriano, invece, riuscì a restare al potere grazie all’intervento dell’aviazione russa.
Nel febbraio 2014 il presidente ucraino Viktor Janukovyč – che era filorusso – fu rovesciato da un golpe ordito dall’opposizione filoatlantica. Putin reagì e occupò la Crimea, fornendo sostegno militare alle forze indipendentiste del Donbass. Gli Usa e i loro alleati decisero di punire il Cremlino con alcune sanzioni economiche, mentre i vertici della Nato, sospendendo «la cooperazione civile e militare pratica con Mosca», provocarono il ritorno della Guerra fredda.
Una «guerra per procura»
Il primo avvento di Donald Trump alla Casa bianca (2017) non raffreddò la tensione esistente tra Mosca e Washington, anzi furono inasprite le sanzioni economiche alla Russia. L’Alleanza atlantica, inoltre, «accentuò la sua posa muscolare» e nel 2018 organizzò un maxiaddestramento in Norvegia. La situazione peggiorò ulteriormente durante la presidenza di Joe Biden: nell’estate del 2021, infatti, «i Paesi della Nato svolsero tre esercitazioni militari in Ucraina», disattendendo totalmente gli impegni presi nel Trattato di Mosca del 1990.
Putin reagì con veemenza all’espansionismo atlantista e – il 24 febbraio 2022 – avviò la brutale «operazione speciale» in Ucraina. Agendo così, tuttavia, offrì all’Alleanza atlantica l’opportunità di sconfiggerlo in una sorta di «guerra per procura» combattuta dalle truppe di Kiev. Fu a tale scopo, infatti, che il premier britannico Boris Johnson indusse il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj a interrompere i colloqui di pace avviati a Istanbul qualche tempo dopo l’inizio delle ostilità.
L’esito (scontato) di una guerra tra Russia e Ue…
Nelle Conclusioni Orsini sostiene che «l’espansione della Nato verso la Russia non ha portato la pace in Europa» ma, smentendo le rosee aspettative della propaganda statunitense, ha pienamente confermato la funesta previsione bellica fatta da El’cin nel 1995. La Guerra russo-ucraina sembra ora volgere a vantaggio di Mosca, e Putin, intravedendo la prospettiva di una vittoria completa, non sembra più disposto ai compromessi.
L’eventuale tracollo dell’esercito ucraino potrebbe indurre i vertici dell’Unione europea – che non ritengono plausibile il ricorso del Cremlino alle bombe nucleari – a intervenire militarmente al fianco di Kiev (vedi Il bellicismo che rende ardua la pace in Ucraina). L’esito di un malaugurato conflitto tra la Russia e l’Ue, tuttavia, sarebbe già scontato: infatti, come ha affermato Lucio Caracciolo, «se entrassimo in guerra, non potrebbe durare più di qualche minuto: il tempo necessario per arrendersi» (vedi Marco Travaglio, Bandiera bianca, ne il Fatto Quotidiano, 16 settembre 2026).
Le immagini: elaborate con l’intelligenza artificiale generativa attraverso Google Gemini secondo la licenza per uso libero e gratuito; la copertina del saggio di Alessandro Orsini; foto dell’autore del presente articolo.
Giuseppe Licandro
(Pensieri divergenti. Libero blog indipendente e non allineato)















