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Home ATTACCO FRONTALE

La tecno-scienza e la malattia del Vecchio Continente

Nel saggio “Il mito dell’Europa” (Casa editrice Prometheus) Vittorio Grosso affronta la neodittatura contemporanea: l’arrogante ideologia progressista mondialista

Rino Tripodi by Rino Tripodi
1 Febbraio 2021
in ATTACCO FRONTALE, IL PIACERE DELLA CULTURA, MONDO E GLOBALIZZAZIONE, PERVENUTI IN REDAZIONE, STORIA
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Nel saggio “Il mito dell’Europa” (Casa editrice Prometheus) Vittorio Grosso affronta la neodittatura contemporanea: l’arrogante ideologia progressista mondialista

Se, appena dieci-quindici anni fa, vi avessero detto che nel 2020 la maggior parte della gente per strada, invece di guardarsi attorno, ad ammirare persone e paesaggi, a parlare e comunicare con gli altri, sarebbe stata con gli occhi fissi e le dita delle nevrotiche mani compulsivamente agitate su un piccolo schermo, ci avreste creduto? E se avessero aggiunto che ci sarebbe stata imposta per anni una mascherina chirurgica sul viso?

E, ancora, che avremmo lavorato prevalentemente da casa, che bar e ristoranti, insomma la splendida gastronomia italiana, sarebbero stati chiusi a vantaggio di orrende cibarie da asporto consegnate a casa da poveracci sfruttati da multinazionali, magari start up? E che gli studenti non avrebbero più frequentato le scuole, col conseguente aumento dei già avanzati fenomeni dell’analfabetismo di ritorno e dell’ignoranza diffusa? In tempi di pandemia infinita, forse occorrerebbe porsi qualche riflessione e dubbio sull’arrogante dominio di scientismo e tecnologie abbinati l’uno alle altre, in un fanatico sodalizio senza freni che si sta rivelando letale per l’umanità. Che il coronavirus cinese sia sfuggito da un laboratorio di armi biologiche di Wuhan o sia dovuto allo spillover, non v’è alcun dubbio che sia un disastro legato all’uso irresponsabile di scienza e tecniche. Del resto, anche il vaccino contro la Covid-19, con gli inquietanti interventi sul Rna, è uno dei prodotti di quegli stessi poteri che ci hanno messo in quei guai dei quali ora pretendono essere la panacea.

Insomma, la malattia che pretende di essere la cura di se stessa. Così come si esige di combattere l’analfabetismo provocato da informatica e telematica mediante scuole e didattica con più computer e internet… e docenti che lascino da perdere libri e Cultura e si attacchino agli schermi di pc e tablet. Insieme a molte altre, affronta tali questioni Vittorio Grosso nel suo ampio e complesso Il mito dell’Europa. Ovvero la miseria del progresso nel XXI secolo. Ascesa della tecnica, fine della storia, declino della civiltà (Con un saggio introduttivo di Renato Cristin, Casa editrice Prometheus, Milano 2020, pp. 360, € 25,00). Innanzi tutto segnaliamo che si tratta di un’opera ampia e complessa, che non parla solo dei rischi insiti nello strapotere della tecnoscienza, problematica affrontata soprattutto nella prima parte del volume. La pubblicazione di Grosso, oltre che per la vastità dei riferimenti culturali e bibliografici, si caratterizza per fornire una visione globale e originale della Storia e della società, un sistema complessivo dei loro meccanismi.

Torniamo alla tematica iniziale, ovvero alla tecnoscienza (o, meglio tecno-scienza, secondo la forma ortografica usata dall’autore), nonché alla sua connaturata hybris e ai suoi rapporti con la civiltà europea. Mentre, secondo Grosso, l’antico modello scientifico è teorizzazione, pura sete di conoscenza senza scopi pratici, essa è «volontà di accrescimento e manipolazione, brama di modificare materialmente il mondo». La scienza diventa scientismo; si fa, anzi si deve fare tutto ciò che è tecnicamente possibile fare, senza alcun limite etico. E oggi, come vediamo bene in questi amarissimi anni, la «tecno-aristocrazia» ha ormai assunto un ruolo direttivo, mentre «la politica vieppiù assume la forma mentis della tecnica, vale a dire quella della ricerca dell’efficienza organizzativa e strutturale, trasformandosi in management e governance». Due termini, aggiungeremmo noi, di quella neolingua tecnocratica cui appartengono anche flessibilità, interlocuzione, occasione, ottimizzazione, opportunità, resilienza, risorse, ristori, scommessa, sfide e via discorrendo, oltre ai termini inglesi bail-in, deregulation, fiscal compact, Great Reset, mission, quantitative easing, recovery plan, smart working, spoils system, storytelling, start up, trial. Per non dire degli altri anglicismi usati inutilmente in quanto ci sarebbe un esatto, se non migliore, più chiaro e più semplice corrispettivo italiano (ad esempio, abstract, austerity, back up, card, cashback, cashless, deadline, election day, feedback, green economy, location, lockdown, jobs act, meeting, spending review, target, vax day, vision). Linguaggi e modi sdolcinati, una falsa benevolenza che nasconde un progetto di ingegneria sociale e antropologica.

Dato che è evidente che la tecno-scienza sia di matrice europea (e ne abbia favorito il predominio sul mondo tra il XV e il XX secolo), Grosso indaga in quale delle innumerevoli culture e idee che permeano il nostro Continente si sia imposta. In tutte, anche in quelle antiche, nelle quali, però, la «permanenza del legame della scienza con l’etica della ricerca della verità […] ha impedito il connubio tra scienza e tecnica». Il punto di svolta si ha nel Settecento, con la prepotente nascita del mito del progresso e il successivo progressismo, a partire dal sansimonismo: una sorta di «salvezza tradotta in lingua atea». Un’ideologia che ha un ulteriore difetto rispetto alle altre: il determinismo, ovvero dare per scontato, come dogma indiscutibile, che il tempo proceda in modo lineare e che il dopo sia sempre migliore del prima.

Oltre che sulla tecno-scienza, le nostre società contemporanee – o, meglio, il progetto di ingegneria socioeconomica che le sta erigendo – si basano su quello che, a essa collegato, Grosso definisce «Trinomio»: il presunto benessere, i diritti (in particolare, quelli astratti, genericamente “umani”), i servizi (dello stato sociale). In effetti, la Cultura e la società europee, nel loro sviluppo, grazie alla varietà delle dinamiche economiche, politiche e sociali e al confluire in essa di numerose benefiche influenze, quali il cristianesimo, il solidarismo, l’umanitarismo, la cooperazione, si caratterizzano per complessità e addolcimento. La sostanziale stabilità oggi raggiunta è il risultato di secoli di Storia. In cambio del «Trinomio» il nuovo ordine mondiale, nato dal connubio tra liberismo capitalista mondialista e progressismo radical chic, chiede agli abitanti del pianeta di abbandonare le proprie identità e Cultura nella logica del multiculturalismo (in realtà, monoculturalismo), dell’indifferenziato, del postumano, del transumano.

Ma, scrive Grosso, «la prospettiva di una cultura universale è una contraddizione in termini, perché la Cultura deve necessariamente legarsi a specifici uomini, luoghi e momenti: altrimenti si rischia di costringere la Cultura a inseguire la tecnica sul terreno che non le è proprio, quello dell’universalità e dell’indifferenziazione, uccidendola. La Cultura – da intendersi nella sua più vera accezione quale prodotto della storia e dell’anima di un luogo o di un popolo – non può farlo». Aggiunge il saggista: «Le categorie storico-naturali (razza, religione, sesso e Cultura) vengono rimosse dal pensiero progressista a favore dell’assolutizzazione di quelle sociali, oppure declinate in una curvatura sociale (antirazzismo, femminismo, demascolinizzazione, omosessualismo, gender theory, xenofilia, mixofilia)». Invece «vivere in una civiltà significa definirsi innanzitutto per la propria identità soggettivo-culturale-collettiva, distinta da quella di altri».

Quindi, chi intende edificare il distopico “nuovo mondo” indifferenziato e pacificato nella mancanza di Spiritualità, ha innescato una potente opera di demolizione della Storia, del passato, della Cultura, sotto l’egida del mondialismo: «Se globalizzare significa creare un mercato mondiale per vendere gli stessi prodotti, mondializzare significa creare un Pensiero Unico che cerca di spacciarsi come unica pseudocultura sincretica, ma che in verità è falsa, stordente, mortifera ed etero-imposta». E «la Religione dei Diritti è assai affine al mondialismo: entrambi posseggono lo scopo dichiarato di abbattere i ponti delle differenze […] per aprire un unico grande spazio uniformato dalla assenza di diversità e confini, fatto di valori unici e possibilmente governato dagli stessi poteri». Allora, «l’unica inculturazione contemporanea rimane così quella della televisione del web, delle mode e correnti di pensiero usa e getta […]. Tutto nasce e muore in tempi più sempre più brevi». Non è sufficiente solo questo. Per poter distruggere la Cultura europea occidentale, è necessario che europei e americani provino disprezzo e odio per sé, per la propria civiltà. Per raggiungere tale obiettivo occorre la colpevolizzazione: tutto ciò che è accaduto di orrendo nella Storia umana è stato causato nel passato e lo è anche oggi dall’Europa e dalla sua Cultura. In realtà, al contrario, proprio il fatto che la nostra civiltà sia l’unica a riconoscere gli orrori commessi denota una certa superiorità morale.

Bisogna «distruggere l’appartenenza, la continuità, l’orgoglio e i fondamenti ultimi». S’inizia col relativismo unidirezionale di Montaigne e il roussoviano mito del buon selvaggio e si finisce con il recente abbattimento delle statue dei personaggi storici del passato: dalla Grecia schiavista alla Roma imperialista, da Cristoforo Colombo a Winston Churchill, tutti fascisti! Il marxismo politico in crisi è confluito in un unico fiume coi torrenti sessantottini, liberal, radicali e progressisti, per di più ora oggettivamente alleati e complici del liberismo economico e delle tecnocrazie. All’odio di classe e dell’Occidente borghese, “sfruttatore e corrotto”, sono subentrate le «maschere dell’antirazzismo e dell’immigrazionismo»: «dalla lotta contro il capitale alla lotta contro la Cultura». Al proletario si sono sostituiti, senza che neanche loro lo sapessero, altre mitologie, come popolazioni di colore, donne, immigrati, omosessuali, transessuali ecc., categorie che al liberismo economico risultano gradite, se non altro per fini di marketing…

Grosso afferma che non si può condannare la mondializzazione culturale senza combattere la globalizzazione, come fa la maggior parte delle destre politiche, né condannare la globalizzazione economica senza combattere la mondializzazione culturale, come fanno le sinistre. Economia capitalista e intollerante ideologia progressista sono due facce della stessa medaglia. E, allora, cosa resta per la salvezza dell’Europa e della Cultura? «Il futuro e il buon senso albergano nella miglior parte del popolo, la valentior pars, nell’aristocrazia popolare e in pochi intelletti». E rimane ancora viva la Spiritualità tipicamente europea, segnata da razionalismo, curiosità intellettuale, «volontà di infinito», creatività artistica, umanità, rispetto per le persone. Può darsi che l’arresto della decadenza e la rinascita possano passare da quella che Grosso definisce la «Grande Tribolazione», ma non spegniamo la fiamma della speranza: «Come non si ricorda mai abbastanza opportunamente, è proprio l’Europa ad avere abbandonato per prima la brutalità del mondo e averlo ingentilito». Siamone fieri.

Le immagini: a uso gratuito da pixabay.com.

Rino Tripodi

(LucidaMente 3000, anno XVI, n. 182, febbraio 2021)

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Tags: declino della civiltàeuropafine della storiafocusGrossoIl mito dell’Europalucidamenteprogressotecnicatecnoscienza
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