“Il Rapporto Segreto di Kruscev al XX Congresso del Pcus” (Armando Editore), a cura di Fulvio Mazza, ripropone la relazione integrale che il leader sovietico espose il 25 febbraio 1956. Il saggio fornisce anche notizie inedite sui probabili contatti intercorsi negli anni Venti e Trenta tra il dirigente sovietico e Lev Trockij
Il 14 febbraio 1956 si aprì a Mosca il XX Congresso del Partito comunista dell’Unione sovietica (Pcus) che segnò «una svolta importante non solo nella storia interna dell’Urss ma anche nella storia del movimento comunista internazionale» (Peppino Ortoleva – Marco Revelli, L’età contemporanea, Bruno Mondadori).
Il 25 febbraio Nikita Chruščëv – segretario generale del Pcus che aveva avviato la destalinizzazione della società sovietica – lesse ai delegati comunisti un rapporto segreto, intitolato Sul culto della personalità e le sue conseguenze, nel quale denunciò i crimini commessi da Josif Stalin, precedente segretario generale del partito dal 1922 alla sua morte, avvenuta nel 1953. Il testo, tuttavia, divenne di dominio pubblico soltanto il successivo 5 giugno, allorché il New York Times ne diffuse una versione in inglese.
I contenuti del saggio di Fulvio Mazza
Nel settantesimo anniversario del celebre discorso chrusceviano che svelò i crimini di Stalin, il suo testo integrale in italiano è stato riproposto dallo storico e giornalista Fulvio Mazza – direttore dell’agenzia letteraria Bottega editoriale – all’interno dell’interessante saggio Il Rapporto Segreto di Kruscev al XX Congresso del Pcus (Armando editore, pp. 164, € 16,00) da lui curato.
Il libro è corredato anche da due interviste rilasciate all’autore da Fausto Bertinotti, leader della sinistra radicale e sindacalista, e Aldo Giannuli, politologo e storico (vedi Fulvio Mazza, Il Rapporto segreto di Kruscev. La destalinizzazione solo parziale, in Bottega Scriptamanent; Il Rapporto segreto di Kruscev al 20° Congresso del Pcus, in direfarescrivere).
Il volume, inoltre, comprende una Nota introduttiva di Guglielmo Colombero e, in Appendice, l’incredibile necrologio di Stalin che Sandro Pertini tenne in Senato il 6 marzo 1953, nel quale lo definì enfaticamente un «gigante della storia» che «si è sempre battuto per la pace»! Segnaliamo, infine, l’ottimo apparato paratestuale del saggio, in particolare la Cronologia e l’Indice analitico, curati rispettivamente da Mario Saccomanno e Giulia Guglielmetti.
I crimini di Stalin
Nel dicembre 1922 Vladimir Lenin – gravemente malato – dettò la Lettera al Congresso (successivamente integrata con un poscritto), nella quale consigliava di rimuovere Stalin dall’incarico di segretario generale con questa motivazione: «Ha concentrato nelle sue mani un immenso potere, e io non sono sicuro che egli sappia servirsene sempre con sufficiente prudenza» (V. I. Lenin, Opere complete, Editori Riuniti). Il dirigente georgiano, però, mantenne la carica e in pochi anni divenne capo supremo dell’Urss.
I tratti paranoici e sadici del suo carattere si accentuarono negli anni Trenta, allorché scatenò le “Grandi purghe” (1936-38) nelle quali perirono oltre 200mila persone. Si trattava – come spiega il Rapporto segreto – di «leali quadri del Partito, devoti allo Stato sovietico, falsamente accusati di doppiogiochismo, spionaggio, sabotaggio, preparazione di attentati», vittime di «un dispotismo feroce, che schiacciava chiunque nel morale e nel fisico». Ricordiamo, inoltre, che nell’epoca staliniana ben 18 milioni di cittadini sovietici furono internati nei Gulag!
Luci e ombre del chruscevismo
Chruščëv criticò il culto della personalità di Stalin, stigmatizzandone gli errori militari commessi durante la Seconda guerra mondiale. Egli, inoltre, allentò la censura, decentrò la produzione industriale, sviluppò l’agricoltura e la ricerca scientifica, chiuse i Gulag e avviò la distensione con la Jugoslavia e gli Stati uniti (vedi Emilio Carnevali, Le riforme economiche di Krusciov, in www.emiliocarnevali.com).
Nel Rapporto segreto, tuttavia, si riscontrano – secondo Mazza – «continui rimandi pedissequi, acritici al pensiero e alle azioni di Lenin», che testimoniano come nel segretario sovietico permanesse una mentalità dogmatica. La denuncia dei metodi staliniani fu insufficiente, anche perché Chruščëv – come ricorda Colombero – «aveva assiduamente collaborato per vent’anni, assistendo impassibile alla ferocia delle purghe volute dal despota».
Egli cercò di «rifarsi una verginità politica», ma non riabilitò le vittime più illustri dello stalinismo (Nikolaj Bucharin, Lev Kamenev, Lev Trockij, Grigorij Zinov’ev) e, inoltre, soffocò nel sangue la rivoluzione ungherese dell’autunno 1956.
I rapporti tra Chruščëv e Trockij
Il XX Congresso del Pcus ebbe forti ripercussioni internazionali, incrinando le relazioni tra la Cina maoista e l’Urss. Alcuni intellettuali e politici (Italo Calvino, Renzo De Felice, Antonio Giolitti, ecc.) uscirono dal Partito comunista italiano, mentre il Partito socialista italiano rafforzò «i contatti con la Dc nella prospettiva di una coalizione governativa di centro-sinistra».
La Nota introduttiva riferisce, inoltre, alcune notizie inedite sui probabili rapporti intercorsi tra Chruščëv e Trockij (vedi anche Gwydion Madawc Williams, Khrushchev influenced by trotskyism, in https://gwydionwilliams.com). Nel 1923 il primo aderì – anche se per pochi mesi – all’Opposizione di sinistra costituita dal secondo contro la trojka formata da Kamenev, Stalin e Zinov’ev. Un decennio dopo – secondo quanto asserisce Giannuli nell’intervista rilasciata a Mazza – Trockij inviò a Chruščëv una lettera (conservata negli archivi dell’Università di Harvard), nella quale gli «chiedeva di mettersi alla testa di una fronda antistalinista». Il dirigente sovietico, tuttavia, si guardò bene dal farlo!
La fine del chruscevismo
Chruščëv governò fino al 14 ottobre 1964, allorché il Presidium del Comitato centrale del Pcus lo costrinse a dimettersi da ogni incarico. Le ragioni del suo defenestramento sono così spiegate dallo storico Giuseppe Boffa: «Chruščëv non si era mai ripreso dalle sconfitte subite fra la fine del ’62 e l’estate del ’63: crisi dei Caraibi, insuccesso agricolo, controffensiva ideologica e rottura con la Cina» (Storia dell’Unione sovietica, Mondadori).
I neostalinisti, guidati da Leonid Brežnev, posero fine al cauto riformismo chrusceviano e repressero ogni tipo di dissenso, senza però raggiungere i picchi di repressione toccati da Stalin. L’Urss entrò poi in una fase di stagnazione economica che, nel 1985, indusse il nuovo segretario del Pcus Michail Gorbačëv a intraprendere la Perestrojka e la Glasnost’. Si trattava di un’ambiziosa ristrutturazione economico-politica finalizzata a trasformare lo stato sovietico in una democrazia socialista imperniata sul capitalismo di stato.
Il collasso dell’Urss e le sue conseguenze
Le riforme fallirono a causa, soprattutto, della «comprensibile resistenza degli strati burocratici privilegiati che detenevano il potere politico ed economico da diverse generazioni, e che non intendevano certo lasciarlo con le buone» [Antonio Moscato, Intellettuali e potere in Urss (1917-1991). Bilancio di una crisi, Milella, 1995]. L’esplosione del nazionalismo indipendentistico nelle quindici repubbliche della federazione sovietica condusse infine – dopo il fallito golpe del 18-22 agosto 1991 – al collasso dell’Urss che si sciolse il 26 dicembre dello stesso anno.
La sua scomparsa comportò il trionfo a livello globale degli Stati uniti che, venuto meno il bipolarismo stabilito a Yalta nel 1945, cercarono di creare un nuovo ordine economico-politico mondiale fondato sul modello neoliberista. A farne le spese furono principalmente i lavoratori e il ceto medio degli stati occidentali che persero gradualmente gran parte dei diritti acquisiti nel secondo Novecento grazie allo stato sociale o Welfare State (vedi il nostro articolo L’Occidente sotto lo stivale dell’oligarchia finanziaria).
Le immagini: la copertina del libro di Fulvio Mazza; foto e composizioni dell’autore del presente articolo; ed elaborate con l’intelligenza artificiale generativa attraverso Google Gemini.
Giuseppe Licandro
(Pensieri divergenti, libero blog non allineato e indipendente)













