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Quant’è brutta l’Amerika

Alcune opere narrative pubblicate dal Secondo dopoguerra a oggi ci rivelano l’altra faccia degli Usa: razzista, violenta, spietata, rozza, sottomessa allo sfruttamento capitalista

Rino Tripodi by Rino Tripodi
21 Giugno 2026
in ATTACCO FRONTALE, IL PIACERE DELLA CULTURA, LIBRI
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Quant’è brutta l’Amerika
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Alcune opere narrative pubblicate dal Secondo dopoguerra a oggi ci rivelano l’altra faccia degli Usa: razzista, violenta, spietata, rozza, sottomessa allo sfruttamento capitalista

Generalizziamo e semplifichiamo. Se guardassimo alla maggioranza della letteratura statunitense di un certo valore e non a buona parte delle pellicole hollywoodiane (soprattutto a quelle conformiste, precedenti gli anni Sessanta), penseremmo che le tanto decantate opportunità di successo e di scalata sociale per tutti e l’american way siano una volgare impostura.
In questo nostro breve saggio intendiamo delineare alcune opere narrative di autori statunitensi nelle quali emerge un’America violenta, intollerante, razzista, miserabile, corrotta. Altro che american dream! Beninteso, si tratta di pubblicazioni molto diverse per data, autori, stile, genere, notorietà, e la loro scelta non è legata a un criterio razionale, ma a personali, recenti, esperienze di lettura. Inoltre, abbiamo ristretto il campo a racconti e romanzi editi circa negli ultimi cinquant’anni o poco più.

«Gli Stati Uniti sono il Paese del terzo mondo più ricco e potente del pianeta»
Abbiamo tralasciato la letteratura precedente, in quanto è logico che gli scrittori vissuti nell’America della Grande Depressione ne abbiano tracciato un quadro devastante. Tanto per fare qualche nome, Horace McCoy (Non si uccidono così anche i cavalli?, 1935), John Dos Passos (Trilogie), John Steinbeck (Uomini e topi, 1937; Furore, 1939) e altri. Da molti di questi romanzi sono stati tratti film memorabili. Ma si deve ricordare che uno tra i primi romanzi di denuncia sociale fu scritto ancor prima, nel 1906, da Upton Sinclair. Il suo La giungla descrive le condizioni disumane e insalubri dei lavoratori immigrati nei macelli di Chicago ed ebbe un’eco tale da costringere lo Stato federale a legiferare perlomeno sulla sicurezza alimentare, se non su quella dei poveri lavoratori.

Invece le opere cui faremo riferimento ci narrano gli Usa dal Secondo Dopoguerra fino ai giorni nostri. E, allora, viene da dare ragione al peraltro discutibile Roberto Saviano, quando ha affermato, citando una boutade paradossale che circola nelle università statunitensi: «“Gli Stati Uniti sono il Paese del terzo mondo più ricco e potente del pianeta”. Pensavo fosse un gioco radical, ma è così. La povertà che si incontra negli Stati Uniti non la incontri in Europa. Così l’ignoranza abissale».
Gli Usa dei ricchi malvagi, dell’emarginazione e della povertà
La narrativa di denuncia sociale non si è estinta con la fine della Grande Depressione e dopo la Seconda guerra mondiale. Un piccolo capolavoro è la raccolta di racconti Il canto della neve silenziosa (1986) di Hubert Selby jr., ambientati in una New York popolata da personaggi intrisi di solitudine e disperazione. La realtà sociale viene colta attraverso piccoli dettagli, storie minime, con uno spiraglio lasciato all’umanità, alla sensibilità e alla poesia.

La musica del caso (1990) di Paul Auster passa da un inizio quasi divertente, seppur grottesco, a uno sviluppo sempre più angosciante e claustrofobico, fino alla tragedia finale, una sorta di surreale omicidio classista
Sebbene sia un’autobiografia, va ricordata l’Elegia americana (2026) di James David Vance, poi diventato, nel 2025, vicepresidente degli Usa. La traduzione del titolo in italiano non rende la crudezza sociale del libro evidente nel suo titolo originale (l’Elegia del bifolco). Un affresco tra dolore, nostalgia e amore comunitario di quell’America rurale degli Appalachi, disprezzata dai radical chic in quanto rozza, conservatrice, quindi spregevole. Un libro che dimostra che talora sono più le destre che le sinistre vicine ai paria della società… Nel 2020 dal libro è stato tratto pure un film diretto da Ron Howard.
Gli Usa delle guerre e del razzismo
Kurt Vonnegut jr. è uno tra i narratori più strampalati che si conoscano. I suoi romanzi sono diseguali, a volte difficili da decifrare, con svolte, narrazioni parallele, escursioni nel fantastico. Ma è anche tra gli scrittori che maggiormente, con una narrativa surreale e satirica, hanno demolito i miti americani. Il suo capolavoro è Mattatoio n. 5 o La Crociata dei Bambini (1969), un duro atto di denuncia della crudeltà e assurdità delle guerre e un manifesto del pacifismo.

La vicenda di Tish e Fonny, una giovane coppia nera di Harlem, è la storia della loro lotta contro un sistema giudiziario razzista che accusa ingiustamente Fonny di stupro. Il romanzo che la narra è Se la strada potesse parlare (1974) di James Baldwin: essenziale per capire la mentalità discriminatoria verso i neri (e gli stranieri in generale).
Essere nere e donne è stata a lungo una condizione tragica negli Usa (e ancor oggi in buona parte del mondo). Di dolorosa lettura è Amatissima (1987) dell’afroamericana Toni Morrison: un romanzo potente ambientato ai tempi dello schiavismo.
Evitiamo di soffermarci troppo su Il buio oltre la siepe (1960) della narratrice Harper Lee, notissimo anche per la trasposizione cinematografica, vincitrice di tre premi Oscar: un’aperta denuncia dell’ingiustizia razziale e un’esaltazione del coraggio alla ricerca della giustizia e della verità.
Una società nevrotica…
Uno dei narratori che meglio ha descritto la società americana, nevrotica, agitata, consumista, è stato Don deLillo. In Rumore bianco (1985) c’è un accumularsi di oggetti, oggetti, oggetti, convenzioni, nevrosi, consumi, quotidianità e obblighi familiari, entro un ristretto ambito di docenti universitari, privilegiato quanto snob. Questo apparato di insulse quanto false sicurezze viene messo a repentaglio da una misteriosa nuvola tossica, facendo crollare un mondo apparentemente luccicante e inscalfibile. Il relativo film del 2022, regista Noah Baumbach, ha aperto la 79esima Mostra internazionale di Arte cinematografica di Venezia, tenutasi appunto in quell’anno).

L’ambiente benestante newyorchese, anch’esso snob e un po’ radical chic, è ben descritto da Un giorno questo dolore ti sarà utile (2007) di Peter Cameron (da cui il nostro Roberto Faenza ha tratto l’omonimo film del 2011; vedi il trailer). Il personaggio/voce narrante, Peter, è un diciottenne asociale, disadattato, in cura presso una psicanalista: «Quasi tutti pensano che le cose non siano vere finché non sono state dette, che sia la comunicazione, non il pensiero a dargli legittimità. […] Per me è il contrario: i pensieri sono più veri quando vengono pensati, esprimerli li distorce o li diluisce, la cosa migliore è che restino nell’hangar buio della mente». Solitario e chiuso in se stesso, è sempre polemico verso gli adulti, a cominciare dalla madre sgallettata, improbabile gallerista d’arte, pluridivorziata e sempre alla ricerca di nuovi mariti, dall’algido padre, uomo di successo, e dalla giovane sorella, innamorata di un uomo sposato. La figura del ribelle ricorda senz’altro il celebre classico della letteratura statunitense e mondiale Il giovane Holden (1951) di J. D. Salinger, che, però, è di molte spanne superiore.
Sessualità senza freni e masochista
Negli ultimi anni il degrado morale e sessuale è stato completamente sdoganato, anzi incoraggiato, dal neocapitalismo globalista (leggi Il sesso sporco del neocapitalismo; Verso l’indifferenziazione sessuale; Eterosessuofobia, ossia la repressione del “normale”; Utero in affitto: quello che non ci dicono), anche attraverso pubblicità e film, fino al caso Epstein.

Già Il lamento di Portnoy (1969) di Philip Roth indugiava con uno scavo interiore sull’erotomania, la dipendenza dal sesso, vissute come consumo compulsivo.
La sessuomania è ampiamente descritta, persino in modo compiaciuto, da Il boia (scritto nel 1982, pubblicato per la prima volta in Francia nel 1986, e in Italia da Sandro Teti Editore solo nel 2019) di Eduard Limonov. Al centro vi è l’ascesa sociale di un immigrato polacco, Oscar, che approfitta dei desideri masochistici delle donne statunitensi. Un libro duro, cinico, senza alcun sentimentalismo, a differenza della ridicola serie patinata delle “cinquanta sfumature di grigio, nero, rosso” (2011-2012) della scrittrice inglese E. L. James (pseudonimo di Erika Leonard).
Una trilogia scritta malissimo, dalla trama risibile. Tuttavia, l’ambientazione filocapitalista esaltante il potere, il denaro e il lusso, la sottomissione femminile, e il grande successo presso le lettrici donne comprovano dove stia scivolando la società occidentale e mostrano grossolanamente il rapporto uomo-donna basato sul dominio del maschio ricco. Non farà piacere, ma si tratta di una verosimile rappresentazione, più sincera dell’ipocrisia femminista: forse la donna proprio non vuole essere né libera né liberata, ma tra i suoi sogni malcelati c’è quello di essere dominata da un uomo… purché danaroso.

Le immagini: in apertura elaborata con l’intelligenza artificiale generativa attraverso Google Gemini secondo la licenza per uso libero e gratuito; copertine di alcuni romanzi citati nel testo.

Rino Tripodi

(Pensieri divergenti. Libero blog indipendente e non allineato)

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Tags: austerCameroncapitalismoDeLilloElegia americanaIl boiaIl canto della neve silenziosaIl lamento di PortnoyLa musica del casoletteraturanarrativapovertàromanzoSalingersessosfruttamentostati unitiVanceVonnegut
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