…e piccoli, onesti, indipendenti, dissidenti. Senza voler fare vittimismo o dietrologia, per le piccole realtà come la nostra, è diventato sempre più difficile sopravvivere. Ecco i motivi (e perché spesso trovate rettangoli bianchi al posto delle immagini)
Nei primi anni Settanta del secolo scorso un celebre slogan pubblicitario-tormentone di una celebre marca di biscotti affermava che erano «Tempi duri per i troppo buoni». Si giocava sull’ambiguità del temine “bontà”, che andava riferita non all’aspetto morale, quanto a quello dell’apprezzabile gusto del prodotto.
Forse quello slogan ben si adatterebbe alla nostra esperienza editoriale: prima, dal 2006, come rivista telematica regolarmente registrata (LucidaMente); poi, dalla seconda metà del 2024, come blog (Pensieri divergenti). Certamente non è giusto né opportuno, anzi sciocco, autodefinirsi “buoni”.
Ospitare voci di ogni tipo, difendere i propri princìpi, essere onesti intellettualmente e argomentare con efficacia
Anzi, per carità! Dio ce ne scampi e liberi dai “buoni”, dai “puri”, dai “perfetti”, dai “migliori”, dai “superiori”! Spesso queste persone (leader politici, intellettuali, ecc.) volevano realizzare il paradiso in Terra e hanno prodotto l’inferno! Al contrario, forse la Grazia e la Salvezza (non in senso cristiano) spettano solo a chi si è sporcato il cuore, sa che l’essere umano è imperfetto per sua natura, ed è consapevole che egli stesso ha commesso, commette e commetterà perlomeno errori e cattiverie suo malgrado e provocherà dolori magari senza volerlo, è stato e sarà pieno di difetti, meschinità, viltà, omissioni.
Tuttavia, sfidiamo chiunque a dimostrare che non abbiamo permesso a chicchessia di scrivere sulle nostre testate, oppure di averlo censurato. Abbiamo ospitato opinioni, pareri, posizioni di ogni tipo e, se ne manca qualcuna o le testate hanno assunto un certo profilo, la causa è da ricercare proprio in coloro che, avendo altre idee, non hanno voluto scrivere con noi per “partito” preso. Ripetiamo: “partito”. E chi vuol intendere intenda.
Chi critica – magari senza aver letto una riga dei nostri articoli – è molto sintetico: “Non mi piacete”; “Non sono d’accordo”; “Boiate”. Alla nostra pacata risposta: “Ci indichi cosa c’è di inesatto o cosa c’è di sbagliato”, segue un silenzio assoluto. Perché si può anche non concordare su qualche nostra posizione – ma come si possono contestare i contenuti di un libro recensito? – però nessuno può mettere in dubbio, oltre che l’onestà intellettuale, la veridicità delle nostre affermazioni sempre argomentate con prove logiche (numeri e ragionamenti, cifre e realtà).
Non piacciamo a molti, per fortuna… e non siamo i soli
Non piacciamo ad alcuno degli schieramenti politici, anche perché ci sapreste dire chi oggi si batte per la pace, la nonviolenza, la libertà e la democrazia, princìpi che abbiamo posto a fianco della testata? Quindi siamo una minoranza bistrattata. Forse siamo dei leoni, dei lupi solitari, in un mondo – del giornalismo e non solo – costituito da mercenari, sciacalli, avvoltoi, iene, lacchè.
E non siamo gli unici. Per capire a che punto siamo arrivati con l’informazione teleguidata e con l’emarginazione/repressione di realtà dissidenti, citiamo qualche caso.
È di questi giorni la querelle Minetti-Cipriani/Travaglio-il Fatto Quotidiano, con richiesta di risarcimento monstre da parte dei primi di 250 milioni! Al di là dell’individuazione della verità o della falsità, dei torti e delle ragioni, non si tratta di un’intimidazione che farà sì che d’ora in avanti ogni giornalista sarà ancora più mammoletta di prima? La «Tv dei cittadini», Byoblu, una delle pochissime voci davvero indipendenti e pluraliste e l’unica ad affrontare controcorrente argomenti come i “vaccini” antiCovid o la guerra Russia-Ucraina o Israele-Palestina o i grandi potentati sovranazionali, ha chiuso le trasmissioni via etere e non si sa come e se proseguirà la propria attività.
Passando dall’editoria ai singoli intellettuali, avete notato come da anni il filosofo Diego Fusaro sia sempre meno presente sui media mainstream? E Paolo Becchi, già “ideologo” del primo Movimento 5 stelle? E, passando alla politica, come mai nei sondaggi sulle intenzioni di voto non compare quasi mai un soggetto “rossobruno” come Democrazia sovrana e popolare (Dsp) di Marco Rizzo e Francesco Toscano? Byoblu e Dsp sono “censurati” anche da Wikipedia, enciclopedia del politicamente corretto. Se volessimo trovare un comune denominatore in tutte queste realtà e personaggi, lo potremmo trovare nel fatto che si tratta – per semplificare – di “no vax”.
È inutile poi lamentarsi se i cittadini, di fronte alla repressione di chi dà – a torto o a ragione – la sensazione di essere voce dissidente in loro difesa, finisce, da destra a sinistra, per sostenere Futuro nazionale del generale Roberto Vannacci, consentendogli un inatteso boom di iscritti e adesioni parlamentari…
Bastoni tra le ruote dei piccoli…
Sono tanti gli strumenti “legali” per mettere in difficoltà le realtà editoriali indipendenti, soprattutto le più piccole e fastidiose. Sicché negli ultimi anni la nostra esistenza è divenuta sempre più difficile. Elenchiamo alcuni scogli nel mare magnum di un lavoro già difficile. Tutti i giornalisti (sia professionisti che pubblicisti) devono partecipare a un numero minimo triennale di ore di corsi di aggiornamento organizzati o autorizzati dall’Ordine dei giornalisti della propria regione. Più precisamente, occorre conseguire 60 crediti formativi ogni tre anni con un minimo di 15 crediti annui e 15 crediti obbligatori su specifici temi di deontologia. Tutto complicato e quasi cervellotico, no?
A volte – i più interessanti e utili per la crescita professionale – sono a pagamento (e costosi). Molti degli altri corsi sono invece poco utili o ideologizzati a seconda della dominanza politico-culturale territoriale nel cui ambito si tengono. Quasi sempre, invece di consistere in consigli pratici, sono contenutistico-ideologizzati. E spesso i relatori (pagati) sono “amici” degli organizzatori. Molte delle varie carte deontologiche dei giornalisti sono sensate (ad esempio quelle riguardante la protezione della privacy dei minori coinvolti in casi di cronaca o delle condizioni di salute), ma altre sembrano voler porre bavagli alla libertà di pensiero.
Il Regolamento generale sulla protezione dei dati [Gdpr (Ue) 2016/679] conosciuto anche come Gdpr (General Data Protection Regulation) impone un complicato consenso del destinatario per l’invio delle newsletter. Di conseguenza, per la pigrizia di molti nel concedere chiaramente tale consenso, si invia un numero minore di newsletter e, quindi, si raggiungono meno potenziali o già fidelizzati lettori. Meno lettori significano anche meno inserzionisti. Meno inserzionisti significano a loro volta meno introiti pubblicitari.
Tutto ciò che viene emanato dall’Unione europea, come l’appena sopracitato Gdpr, sotto una maschera di buone intenzioni, ne nasconde un’altra, di repressione delle libertà. Infatti, ancora peggio è il Digital Service Act. Come abbiamo già scritto altrove, «sotto l’apparenza della tutela degli utenti di fronte all’invasiva pubblicità on line, la normativa ha reso ancora più vincolanti gli obblighi delle piattaforme nel rimuovere, senza se e senza ma, i contenuti definiti “disinformazione” o “misinformazione” (sic!). Ma chi è che li classificherà così?». I designati dal Potere stesso, la cricca al vertice all’Ue (leggi Libertà di pensiero e di parola? Solo se si è allineati e L’«Inquisizione Digitale»).
La trappola delle immagini liberamente scaricabili on line ma coperte dal diritto d’autore
Cosa è una rivista on line senza immagini accattivanti o interessanti per il lettore? Ma, se le scaricate dalla rete senza pensarci, state correndo un grosso rischio. Studi legali italiani e stranieri specializzati in una sorta di estorsione più o meno legale usano programmi specifici che cercano in rete immagini dei loro clienti coperti da copyright. Beccato l’ingenuo pollo, che ha agito in buona fede (magari un insegnante per fini didattici o un ingenuo blogger minorenne o quasi), sparano cifre folli per arrivare a un accordo extragiudiziale più ragionevole che quasi tutti pagano per evitare lunghi e costosi contenziosi legali, sebbene le possibilità di uscirne indenni siano alte. Ma chi si fida della Magistratura italiana, dei suoi tempi e delle sue sentenze continuamente ribaltate?
Eppure, secondo l’articolo 65 della vecchia Legge 633/1941 (ma con successivi aggiornamenti) sulla protezione del diritto d’autore, «sono esenti dal pagamento dei diritti d’autore le riproduzioni di opere tutelate poste a corredo di articoli di attualità di carattere economico, politico o religioso, ai fini dell’esercizio del diritto di cronaca e nei limiti dello scopo informativo, sempre che si indichi, salvo caso di impossibilità, la fonte, incluso il nome dell’autore, se riportato. In particolare, sono esenti dal pagamento le riproduzioni fino ad un numero massimo di quattro riproduzioni di opere tutelate per ogni articolo, su carta, digitale e online, senza alcuna limitazione di dimensioni. Sono escluse dall’esenzione le riproduzioni di opere tutelate a corredo di articoli con finalità diversa dalla cronaca, come articoli con finalità illustrativa, documentaristica o scientifica o che in qualche modo abbiano carattere promozionale, pubblicitario, pubbliredazionale, ovvero si tratti di recensioni a pagamento, ecc.». Tutto interpretabile a piacimento.
E la Siae vigila. Sicché il lettore trova spesso rettangoli bianchi al posto delle foto, proprio come forma di ribellione o prudenza per l’ambiguità delle norme vigenti. Nel maggio 2024 persino la Repubblica uscì per protesta con gli spazi bianchi al posto delle immagini di una mostra artistica. In seguito alla clamorosa iniziativa della testata giornalistica, il Consiglio generale della Siae ha approvato una riforma che ha stabilito la possibilità di pubblicare quattro immagini gratis per ogni articolo di cronaca, senza limiti di dimensioni. Ma, se trovate rettangolini bianchi anche sulle nostre testate, è per evitare rischi.
Attenti pure ai siti di immagini scaricabili gratis…
Fino a qualche tempo fa si era tranquilli nell’utilizzare immagini di siti che espressamente concedevano gratis le proprie immagini. Solo per correttezza si chiedeva di indicarne l’autore. Però da qualche tempo per scaricare immagini da alcuni di tali siti occorre fare il download con riconoscimento (e non più usare solo [Salva immagine con nome]): una forma di presa di responsabilità e attribuzione.
Ancora peggio, nella licenza d’uso è stata aggiunta questa postilla veramente inquietante, che suona più o meno così: “Si prega di notare che alcuni contenuti potrebbero essere soggetti a ulteriori diritti di proprietà intellettuale (come copyright, marchi, diritti di design), diritti morali, diritti proprietari, diritti di proprietà, diritti alla privacy o simili. È tua responsabilità verificare se hai bisogno del consenso di una terza parte o di una licenza per utilizzare i contenuti” [la sottolineatura è nostra].
Infine ci sono le immagini elaborate on line dall’Intelligenza artificiale. Per ora sono gratis, e le stiamo usando anche noi. Ma…
Eppure, per evitare ogni ambiguità, basterebbe inserire in ogni immagine protetta da copyright, magari in un angolino in basso, la classica ©, piccola ma visibile. Non rovinerebbe l’immagine e sarebbe un chiaro segnale dei diritti del proprietario. Perché non lo fanno? Perché non lo si impone con una legge? Perché vogliono mantenere tali forme ricattatorie.
I contributi di alcune nostre “firme”
Nonostante le difficoltà sopraelencate, continuiamo a pubblicare centinaia di articoli. Poiché – come, ahinoi, troppo spesso ci sta capitando negli ultimi tempi – ci siamo eccessivamente dilungati, ci limitiamo a citare, piuttosto che i contributi, alcuni dei nostri collaboratori più validi, linkando i loro nomi ai loro articoli.
Il sempiterno Giuseppe Licandro, con le sue recensioni di libri aventi come argomento la politica internazionale. Maria Daniela Zavaroni, sensibile a varie tematiche. Emanuela Susmel, con le sue recensioni dal tocco femminile. Il controcorrente Lucilio Santoni. Il giurista Andrea Baiguera Altieri con i suoi approfondimenti giuridico-sociali. Il nuovo collaboratore Marco Monetini, esperto in Economia. Oltre al sottoscritto, modesto direttore (ir)responsabile.
Al prossimo editoriale, sperando che ce ne siano ancora. Intanto, buone vacanze estive. Per chi se le può permettere…
Le immagini: elaborate con l’intelligenza artificiale generativa attraverso Google Gemini secondo la licenza per uso libero e gratuito.
Rino Tripodi
(Pensieri divergenti. Libero blog indipendente e non allineato)

















Per noi che abbiamo una certa età, questo mondo è andato così. Che ci sia qualcosa di meglio nell’altro? Lo scopriremo presto.
«Oh, se i non affidati
i rari
i non ancora devastati
i non vinti non vincitori
trovassero la pietra miliare
il punto di raduno»
Sono versi di Eugenio De Signoribus, grande poeta e mio amico vicino di casa.
Ci piace pensare che avremo un nostro “punto di raduno”.