Nel saggio “L’arma finale” (Fuoriscena) Stefania Maurizi narra la storia dell’era atomica, svelando che oggi il controllo delle bombe A e H è affidato all’Intelligenza artificiale. Se ci fosse un falso allarme, come si potrebbe evitare l’apocalisse?
Nel 2025 il Domesday clock – l’orologio metaforico ideato all’Università di Chicago per indicare l’avvicinarsi di un possibile conflitto nucleare che provochi la fine del mondo – si è spostato a soli 89 secondi dalla “mezzanotte”. Sono in corso nel mondo, infatti, 56 conflitti militari che coinvolgono – direttamente o indirettamente – circa 92 nazioni e potrebbero innescare una guerra di proporzioni più vaste (vedi Alessandro Beloli, Panoramica dei 56 conflitti in corso nel mondo. È davvero “la terza guerra mondiale a pezzi”?, in www.geopop.it).
Si rischia un’escalation militare in Europa
La Guerra d’Ucraina, ad esempio, potrebbe provocare una grave escalation militare in Europa. Le vittorie russe, infatti, stanno creando forti malumori nell’Alleanza atlantica e nell’Unione europea. L’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della Nato, in un’intervista sul Financial Times, ha affermato – riferendosi ad attacchi informatici e azioni di sabotaggio – che «l’alleanza sta valutando di adottare un atteggiamento “aggressivo e proattivo” nei confronti della Russia» (Giacomo Salvini, Cavo Dragone straparla di “attacco preventivo” (e imbarazza il governo), ne il Fatto Quotidiano, 2 dicembre 2025).
Questa strategia, tuttavia, potrebbe costringere il Cremlino a intensificare la “guerra ibrida”, rischiando così di provocare un casus belli con la Nato. Per capire i rischi che oggi corre l’umanità e conoscere le principali vicende dell’era nucleare consigliamo di leggere l’interessante (e inquietante) saggio della giornalista d’inchiesta Stefania Maurizi L’arma finale. Una storia dell’atomica, dalle origini al XXI secolo (Fuoriscena, pp. 312, € 20,00).
Dalla radioattività alla fissione nucleare
Alla fine dell’Ottocento i fisici Antoine Henri Becquerel, Pierre Curie e Marie Skłodowska Curie scoprirono la radioattività. Nel 1933 Frederic e Irene Joliot-Curie compresero che si potevano rendere radioattive le sostanze chimiche «attraverso un opportuno bombardamento». L’anno seguente, presso il laboratorio di Fisica dell’Università di Roma, Enrico Fermi e i “ragazzi di via Panisperna” (Edoardo Amaldi, Ettore Majorana, Bruno Pontecorvo, Franco Rasetti, Emilio Segrè) adoperarono i neutroni «come proiettili per bombardare gli elementi chimici».
Nel 1938 alcuni studiosi austro-tedeschi (Otto Hahn, Lise Meitner, Fritz Strassmann, ecc.) ottennero la fissione di un nucleo di uranio 365, producendo – come previsto dalla formula di Albert Einstein E=mc2 – «una considerevole quantità di energia». Nello stesso anno furono approvate le leggi razziali italiane e Fermi – sposato con l’ebrea Laura Capon – emigrò negli Stati uniti, dove conobbe vari scienziati fuggiti dall’Ungheria antisemita. Tra questi c’era Leo Szilard che aveva intuito la possibilità della «reazione nucleare a catena».
Il Progetto Manhattan
Il 2 agosto 1939 Einstein scrisse una lettera al presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt per allertarlo sulla «possibilità di un’atomica nazista». In Germania, infatti, un gruppo di studiosi (Kurt Diebner, Otto Hahn, Paul Harteck, von Weizsäcker, ecc.) guidato da Werner Heisenberg tentava di realizzare armi nucleari.
Nel marzo 1940 i fisici tedeschi Otto Frisch e Rudolf Peiers – esuli in Gran Bretagna – scoprirono la «massa critica», ossia la quantità minima di materiale fissile necessaria a innescare una reazione a catena. Negli Usa, inoltre, venne prodotto il plutonio, un metallo transuranico poi adoperato come elemento fissile nei reattori nucleari. Nel marzo 1941 alcuni fisici britannici scrissero il Rapporto Maud che annunciava la scoperta della «massa critica», sollecitando il premier britannico Winston Churchill a prevenire i nazisti nella creazione della bomba atomica. Nell’ottobre 1941 il documento fu inviato al governo statunitense che, otto mesi dopo, avviò il Progetto Manhattan finalizzato alla fabbricazione di armi nucleari.
La distruzione di Hiroshima e Nagasaki
Fermi costruì all’Università di Chicago la prima pila atomica, che dal dicembre 1942 produsse plutonio usando grafite purissima come «moderatore», cioè «sostanza capace di rallentare i neutroni emessi nelle fissioni». A Los Alamos, nel deserto del New Mexico, venne edificato un laboratorio segreto dove nel 1943 – sotto la guida di Leslie Groves e Robert Oppenheimer – si radunarono alcuni dei maggiori scienziati dell’epoca (escluso Einstein) che in un biennio riuscirono a produrre le prime armi atomiche.
Il 16 luglio 1945 i militari americani effettuarono un test nella zona desertica attorno ad Alamogordo, facendo detonare una bomba al plutonio. Il 6 agosto successivo, alle ore 8,15, un aereo da guerra statunitense (il Boing B-29 denominato Enola Gay) sganciò una bomba a uranio sulla città giapponese di Hiroshima, distruggendola totalmente: i morti furono circa 140mila. Tre giorni dopo un ordigno al plutonio fu sganciato anche su Nagasaki, uccidendo 70mila persone.
I motivi del blitz americano e il flop tedesco
Il presidente Harry Truman giustificò l’orrenda carneficina adducendo la motivazione che fosse l’unico mezzo per obbligare il Giappone alla resa incondizionata. Maurizi, tuttavia, sostiene che «l’uso della bomba non era necessario per porre fine alla guerra», come ammise anche Dwight D. Eisenhower. Il governo nipponico, infatti, aveva già richiesto «una mediazione russa per arrivare a chiudere la guerra». Il massacro della popolazione civile, dunque, servì a Washington per mostrare la propria potenza militare all’Unione sovietica e al resto del mondo, in vista della creazione di un nuovo ordine geopolitico internazionale.
Il progetto nucleare nazista, invece, non decollò, perché la Germania non possedeva le risorse economiche e tecniche sufficienti per costruire l’atomica. I tedeschi riuscirono soltanto a edificare a Vemork (in Norvegia) un impianto per produrre l’acqua pesante – un altro «moderatore» di neutroni nei reattori nucleari – che peraltro nel febbraio 1943 fu sabotato dagli Alleati e dalla resistenza norvegese.
La corsa agli armamenti atomici
Nel 1949 l’Urss fabbricò la bomba A, grazie anche alle informazioni segrete fornite dai fisici occidentali Klaus Fuchs e Ted Hall, sebbene poi la magistratura statunitense accusò di spionaggio atomico Ethel Greenglass e Julius Rosenberg, facendoli giustiziare. Nel 1952 gli Usa fecero esplodere nell’atollo di Bikini la prima bomba a idrogeno – a fusione nucleare – che l’anno seguente anche i sovietici testarono in Kazakistan. Nel 1962, infine, venne sperimentata in Nevada la bomba al neutrone, poco distruttiva ma letale per gli esseri viventi.
Durante la Guerra fredda anche Cina, Francia, Gran Bretagna, India e Israele costruirono armi atomiche, mentre le superpotenze moltiplicarono i loro arsenali: «Nel 1967, gli Stati uniti arrivarono ad avere 31.255 armi nucleari e nel 1986 l’Unione sovietica arrivò a 40.159». Non mancarono, pertanto, momenti di tensione come la crisi missilistica di Cuba dell’ottobre 1962, quando, «per tredici giorni, il destino del mondo rimase appeso a un filo».
I rischi che corre l’Italia
Il malfunzionamento dei sistemi informatici di sicurezza fece sfiorare la tragedia altre quattro volte (1979, 1980, 1983, 1995). Ricordiamo, in particolare, l’incidente del 1983, quando il tenente colonnello Stanislav Petrov «salvò il mondo», intuendo che era stato erroneamente segnalato l’invio di missili contro l’Urss. Alla fine della Guerra fredda russi e statunitensi ridussero gli armamenti, ma il “club atomico” s’ingrandì con l’ingresso di Corea del Nord e Pakistan.
Oggi la Russia è la prima potenza nucleare con 4.309 ordigni, seguita dagli Usa con 3.700. La Cina ne possiede 600, mentre gli altri 1.005, per un totale di 9.704 (vedi Status of World Nuclear Forces, in https://fas.org). L’Italia è lo stato europeo «con il più alto numero di armi nucleari tattiche americane»: nelle basi di Aviano e Ghedi, infatti, sono stoccate decine di bombe a idrogeno. Il Belpaese, quindi, costituisce un obiettivo prioritario da colpire in caso di guerra.
L’incubo dell’Armageddon
Il controllo dei missili a testata atomica è ormai affidato principalmente all’Intelligenza artificiale, che potrebbe lanciare qualche vettore per errore, scatenando un conflitto in grado di annientare l’umanità. Condividiamo, pertanto, la preoccupazione dell’autrice, allorché avverte che «l’ingresso dell’intelligenza artificiale nell’ancestrale “arte della guerra” ha introdotto un nuovo terrore nel vecchio incubo dell’Armageddon». Se ci fosse un falso allarme, infatti, come si eviterebbe l’apocalisse? (leggi pure Verso il massacro nucleare?).
Maurizi ritiene che solo una grande mobilitazione popolare pacifista potrebbe esercitare – come in passato – «una funzione di contenimento dei peggiori istinti della politica e del complesso militare-industriale». Attualmente, tuttavia, non esiste un forte movimento internazionale in grado di imporre lo smantellamento delle armi atomiche, nonostante l’impegno di organizzazioni come Pugwash (il movimento per la pace che s’ispira al Manifesto Russel-Einstein del 1955) e l’Unione degli scienziati per il disarmo (vedi anche il nostro articolo La frenesia militarista che rischia di annientare il mondo ).
Le testimonianze di Joan Krakover Hall e Shoji Sawada
L’arma finale contiene le interviste – realizzate tra il 2002 e il 2004 – a dieci «protagonisti di altissimo livello dell’era nucleare» (Hans Bethe, Samuel Cohen, Richard Garwin, Joan Krakover Hall, Philip Morrison, Joseph Rotblat, Roald Sagdeev, Shoji Sawada, Ellen Weaver, Carl Friedrich von Weizsäcker). Riportiamo di seguito due testimonianze assai significative
La linguista e poetessa Krakover Hall svela che il marito Ted collaborò segretamente al programma nucleare dei sovietici perché «temeva che se la classe dirigente capitalista avesse avuto il monopolio sulla bomba atomica, […] avrebbe potuto terrorizzare il resto del mondo e costringerlo alla sottomissione». Lo scienziato giapponese Sawada – sopravvissuto all’ecatombe del 6 agosto 1945 – ricorda l’orribile visione che ebbe dopo l’esplosione: «Fuori era come notte: la luce del sole era bloccata dall’aria marrone scuro, che poi divenne gialla, poi bianca e finalmente trasparente. A quel punto potevo vedere e rimasi scioccato, perché […] Hiroshima non c’era più».
Le immagini: la copertina del libro di Stefania Maurizi; foto dell’autore dell’articolo e a uso libero e gratuito da Pixabay secondo la Licenza per i contenuti (autori: JOKUHN, OpenClipart-Vectors, Hsaart).
Giuseppe Licandro
(Pensieri divergenti. Libero blog indipendente e non allineato)
















