Le cause non vanno trovate nella povertà ma nella sensazione di emarginazione sociale. L’integrazione costituisce la migliore prevenzione
Giovani e meno giovani, nel corso della loro vita, sperimentano l’impulso distruttivo dell’aggressività. Per fortuna, la maggior parte dei consociati è in grado di azionare freni inibitori adeguati. Secondo il determinismo positivista, la causa degli scoppi di rabbia eterolesivi sarebbe da ricercare in tare ereditarie che determinerebbero un malfunzionamento del cervello.
Tale è pure il parere delle neuroscienze contemporanee, secondo le quali siamo tutti infermi o seminfermi di mente, specialmente quando commettiamo atti violenti, più o meno gravi che essi siano. Dal canto suo, la psicanalisi novecentesca affermava che il soggetto aggressivo sfoga nella violenza un’irrefrenabile pulsione sessuale repressa per troppo tempo.
Il determinismo biopsichico è duro a morire
Insomma, esiste una certa psicologia secondo la quale il mondo è popolato da maniaci mezzi malati e mezzi delinquenti; il che lede la dignità umana di chi, senza averlo preventivato, sbaglia infrangendo le regole della pacifica convivenza sociale.
Anche ai nostri giorni, non mancano correnti di pensiero che riducono il responsabile di reati violenti a una sorta di animale irrecuperabile da chiudere per sempre nella cella di un carcere. Per esempio, non mancano dottrinari di ispirazione etologica che paragonano il delinquente aggressivo a quelle bestie selvatiche che aggrediscono i loro simili per garantire la prosecuzione della specie e la padronanza del territorio.
Del pari, a parere di chi redige, la psichiatria forense tende a medicalizzare il reo, sino al punto di negare, sempre e comunque, la possibilità di una libera e consapevole volontà dolosa. Anche nel giornalismo populista, è frequente lo stereotipo del “matto” solitario e antisociale che stupra, uccide e rapina. Queste sono tutte semplificazioni volgari e inaccettabili.
I veri perché della delinquenza eterolesiva
Gli studiosi più seri e preparati rifiutano l’immagine fuorviante dell’infrattore necessariamente instabile sotto il profilo psichico. In realtà, soprattutto in ambito giovanile e nelle minoranze etniche, si delinque soprattutto perché manca un’identità sociale appagante, nel senso che il ragazzo emarginato o lo straniero non integrato si sentono rifiutati dalla collettività. Per questo motivo, essi cercano rifugio in sottogruppi che praticano la devianza, ma che, del pari, fanno sentire a proprio agio il deviante, che, finalmente, rinviene un ruolo pseudosociale (o, meglio, associativo) che gli consente di uscire dalla solitudine e dall’isolamento.
Per esempio, il minorenne che entra in una banda giovanile spesso lo fa per trovare un riscatto dai continui fallimenti scolastici. Oppure, l’immigrato sovente si aggrega a gruppi delinquenziali perché non riesce a integrarsi nel tessuto collettivo ordinario. Oppure, ancora, la baby gang può rappresentare una forma di protesta nei confronti di un mondo adulto percepito come ingiusto, umiliante ed alienante (leggi anche Le cause sociali della criminalità).
Il caso emblematico degli infrattori adolescenti
Ogni ultra-13enne reca in sé grandi fragilità e risente negativamente di eventuali disagi legati alla famiglia, alla scuola o al luogo di residenza. L’unica eccezione è costituita dalle ragazze, le quali privilegiano il rapporto di coppia in età precoce e, quindi, tendono ad allontanarsi presto da potenziali situazioni criminogene. Per il resto, è innegabile che la famiglia può spesso trasformarsi in una vera e propria associazione per delinquere, con genitori che non svolgono alcuna sorveglianza seria sulla prole.
Molte volte, insegnanti autoritari causano un aumento esponenziale dell’aggressività negli allievi, il che può generare sindromi borderline violente anche dopo l’età dello sviluppo. Altrettanto criminogeno può divenire il gruppo dei coetanei, soprattutto se esso si trasforma in un’associazione chiusa verso l’esterno e protesa a una contestazione ipertrofica dell’Ordine costituito. Il “gruppo” non è ontologicamente criminogeno, ma lo può diventare allorquando esso reputa normale l’uso della violenza su persone o beni materiali pubblici o altrui (vedi anche Condizionamenti sociali e propensione al crimine).
L’inganno delle teorie sul reddito familiare
Negli Stati uniti, anche in epoca contemporanea, taluni Autori hanno erroneamente asserito che l’ultra-13enne manifesterà condotte criminali qualora provenga da nuclei familiari caratterizzati da uno scarso reddito e da una professione inadeguata dei genitori. Trattasi di un’affermazione che non ha alcunché di scientifico.
In realtà il reddito familiare non incide sull’aggressività giovanile, come dimostra il fatto che le economie sottosviluppate di certuni Ordinamenti non recano, per questo motivo, tassi di criminogenesi più elevati rispetto ai Paesi muniti di un reddito pro capite maggiormente elevato. È profondamente scorretto parlare di una natura criminogenetica della povertà, anche perché ciò significherebbe attribuire l’etichetta del delinquente a chiunque provenga da territori più svantaggiati o da economie rurali.
Reddito familiare ed aggressività non sono variabili congiunte, come dimostra l’ampia diffusione del crimine nei colletti bianchi. Oppure, si pensi alla diffusione universale dell’abuso di sostanze, il che non costituisce una problematica tipica solo dei ceti sociali poveri.
Come prevenire la criminogenesi dei soggetti disagiati?
Il giovane che delinque e l’immigrato che si esclude dall’ordinario circuito sociale hanno bisogno di una forte, granitica, positiva “identità di gruppo”. Il borderline non cerca altro che un ruolo dignitoso nel tessuto collettivo. Se un adolescente o uno straniero non sperimentano tensioni sociali, non sono portati a entrare in sottogruppi ove si delinque e si consumano alcool e stupefacenti.
Per esempio, una scuola equilibrata previene depressioni e, specialmente, ribellioni antinormative. Analoga osservazione vale nel mondo lavorativo: un extracomunitario sottopagato e sfruttato, oppure cronicamente disoccupato, tenderà a trovare la propria realizzazione identitaria in associazioni antigiuridiche e antisociali. Per fare un esempio frequente in Italia: una parrocchia che include e che propone forme di aggregazione previene la criminalità e diviene una preziosa agenzia di controllo. Lo stesso dicasi per le istituzioni scolastiche e, più latamente, culturali.
Le immagini: elaborate con l’intelligenza artificiale generativa attraverso Google Gemini secondo la licenza per uso libero e gratuito.
Andrea Baiguera Altieri
(Pensieri divergenti. Libero blog indipendente e non allineato)

















