Guerre, guerre, guerre… Ucraina, Gaza, Venezuela, Myanmar, Cambogia/Thailandia, Iran, un terzo dell’Africa… Perché l’umanità si massacra, rischiando persino l’autodistruzione?
Abbiamo appena recensito il bello quanto doloroso volume di Manlio Dinucci intitolato L’altra faccia della storia. Come per secoli l’Occidente ha dominato il mondo (Byoblu Edizioni, Milano 2025, pp. 490, € 40,00). Nella parte conclusiva del nostro testo lamentavamo il fatto che, anche per scelta cronologica, il saggista si limitasse a elencare soltanto le nefandezze compiute da europei e da statunitensi, insomma, dalla cosiddetta civiltà occidentale.
Comunque sono sufficienti anche solo le prepotenze eurostatunitensi (e oggi pure israeliane) per farci capire che la Storia è un orrore senza fine, una lunga sequenza di massacri.
Una visione disincantata della Storia e della possibilità di mutare la violenza umana
Tuttavia, nella Prefazione l’autore riprendeva la celebre concezione di Tucidide secondo la quale, conoscendo il passato, si capisce il presente e si può orientare il futuro. Si spera in meglio. Dinucci auspica cambiamenti e nuovi scenari socioeconomici e dà risalto ai Brics+. Anche Francesco De Gregori riteneva in una sua nota canzone che La storia siamo noi, presupponendo un protagonismo determinante e decisivo della gente comune.
Noi la pensiamo diversamente sia sulla possibilità di orientare o solo prevedere il futuro, sia sul potere delle masse. Forse, la storia non siamo noi, ma, piuttosto, più semplicemente e pessimisticamente, la subiamo noi. Specie oggi che tutti gli abitanti del pianeta sono docili strumenti delle mani di distaccatissime élite.
Riteniamo quindi più realista quanto afferma Eugenio Montale nella sua sconsolata, quasi prosastica, poesia La storia: «La storia non si snoda / come una catena / di anelli ininterrotta. / In ogni caso / molti anelli non tengono. / La storia non contiene / il prima e il dopo, / nulla che in lei borbotti / a lento fuoco. / La storia non è prodotta / da chi la pensa e neppure / da chi l’ignora. La storia / non si fa strada, si ostina, / detesta il poco a poco, non procede / né recede, si sposta di binario / e la sua direzione / non è nell’orario. / La storia non giustifica / e non deplora, / la storia non è intrinseca / perché è fuori. / La storia non somministra carezze o colpi di frusta. / La storia non è magistra / di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve / a farla più vera e più giusta. / […].
Il peccato originale, il marchio di Caino
Sembra davvero che il marchio di Caino sia incancellabile e irrimediabile. La violenza, l’assassinio e le guerre sono il Male assoluto. Lasciando perdere la classica domanda che si pone ogni credente in una religione, ma dotato di pensiero critico. Ovvero: se dio è buono e onnipotente, perché esistono il Male, il dolore, le sofferenze, così innegabili? Allora, o dio non è buono o non è onnipotente. O, semplicemente – aggiungiamo noi – non esiste [leggi pure La risposta (giusta ma improponibile) dell’ateismo].
Comunque, la violenza non sembra appartenere solo all’umanità, un peccato originale o un marchio di Caino che ci portiamo addosso, anzi dentro di noi, nessuno escluso. Osservando, grazie alle recentissime scoperte astronomiche, ciò che avviene nell’universo, ove tra radiazioni, raggi cosmici, esplosioni di supernove, pulsar, quasar e buchi neri, sembrano predominare, anzi essere la regola, inconcepibili violenze distruttive, in grado di annientare in pochi istanti ogni possibile forma di vita biologica. Le «meccaniche celesti» cantate in Segnali di vita (1981) di Franco Battiato sono tutt’altro che celestiali, ma, piuttosto, un universo di distruzione e rinascita, già intuito e più volte esposto da Giacomo Leopardi.
Lo stesso discorso vale per i crudeli meccanismi che regolano la vita naturale sulla Terra, a partire dalla catena alimentare.
La paradigmatica vicenda dei ragazzini de Il signore delle mosche
Francesco Borgonovo, in Nessuno fugge alla natura umana (in Panorama, n. 9, 18 febbraio 2026, pp. 54-57) prova a esaminare il mistero del Male negli esseri umani. E lo fa prendendo spunto da una nuova trascrizione filmica, stavolta televisiva, de Il signore delle mosche (1954), celebre romanzo di William Golding, premio Nobel per la Letteratura nel 1983. Gli autori della nuova trasposizione (2026) sono il regista Marc Munden e lo sceneggiatore Jack Thorne. Quest’ultimo aveva già elaborato nel 2025, con un diverso regista, Philip Barantini, un’altra lodatissima miniserie televisiva (Adolescence) sulla violenza giovanile arbitraria e inspiegabile.
Tornando al romanzo di Golding, crediamo che quasi tutti i lettori ne conoscano l’inquietante trama. Un gruppo di ragazzini e adolescenti, quasi dei bambini, britannici, salvatisi dall’aereo precipitato che li trasportava, si ritrovano, senza adulti, in un’isola dell’Oceano Pacifico, una sorta di paradiso terrestre. Invece di creare una comunità pacifica e collaborativa, riproducono, in piccolo, le stesse storture e violenze della società degli adulti, arrivando persino all’omicidio. Altro che purezza, innocenza e ingenuità dei bimbi!
Il Male è insito nella natura umana
Non vi è alcuna spiegazione per il Male che si impossessa dei ragazzini (il signore delle mosche è uno degli epiteti biblici del diavolo/Satana/Belzebù). Il mito russoviano del buon selvaggio e le spiegazioni giustificazioniste della brutalità su basi sociologiche (disagi sociali) o psicologiche (traumi) diventano ridicoli. Così come le guerre dovrebbero essere ormai inconcepibili nel mondo odierno, dove non sono di certo la miseria o la scarsità di cibo – più che sufficiente anche in presenza dell’eccessiva crescita demografica – a poter motivare/giustificare i conflitti e l’aggressione tra Stati (leggi anche «Siamo troppi, inutili e dannosi?»).
Scriveva appunto Golding: «I ragazzi provano a costruire una civiltà nell’isola, che però finisce nel sangue e nel terrore proprio perché soffrono di una terribile malattia: quella di appartenere alla razza umana». Aggiunge quindi Borgonovo: «Il legno storto dell’umanità non si raddrizza, semmai si può tenere sotto controllo finché regge l’impalcatura delle regole. Ma se il diritto crolla, e soprattutto se si sgretola l’autorità morale, inevitabilmente prevale la legge del più forte».
Le ideologie peggiorano le cose e abbiamo perso gli ideali pacifisti
La situazione peggiora se si instaurano fanatismi ideologici sicuri di detenere il monopolio del bene e con la certezza di poter creare società perfette a condizione che si eliminino i “nemici”, unica causa del male. Per Borgonovo, infatti, «i confini tra bene e male sono labili e facili da superare. Troppo facili se non c’è un sistema valoriale che spinga al rispetto della vita altrui». Fondamentalismi religiosi, comunismo, fascismo, nazismo, e oggi il tecnoscientismo dilagante e la violenta ideologia woke/antifa, si sostenevano e si sorreggono sull’intolleranza e sulla mancanza di rispetto delle idee “diverse” e della vita altrui, a partire dal concepimento.
Dopo gli orrori della Seconda guerra mondiale Golding aveva perso ogni fiducia nell’uomo e nella possibilità di migliorare la società. Viste le guerre odierne che stiamo vivendo, foriere di apocalissi definitive, con l’estinzione definitiva della vita sul nostro pianeta, e in assenza di forti movimenti pacifisti come nel passato, possiamo essere più ottimisti di lui?
Le immagini: oltre alle copertine del saggio di Dinucci e di un’edizione Oscar Mondadori de Il signore delle mosche, elaborazioni con l’intelligenza artificiale generativa attraverso Google Gemini secondo la licenza per uso libero e gratuito.
Rino Tripodi
(Pensieri divergenti. Libero blog indipendente e non allineato)

















