Il libro “Remigrazione” di Martin Sellner, diffuso in questi giorni in edicola dal quotidiano “La Verità”, è, come afferma il sottotitolo, “Una proposta”, che, alla luce della realtà e non delle ideologie, va presa in considerazione. Nessuna deportazione di massa, ma un rimpatrio volontario su base individuale, per il bene di tutti, a partire da quello degli stessi migranti e dei loro Paesi d’origine
Sabato 18 aprile 2026, in Piazza Duomo, a Milano, si terrà il “Raduno dei Patrioti”, un Remigration Summit, con al centro il tema della remigrazione. Mille le polemiche al riguardo. La seguente recensione intende essere un contributo a un dibattito libero e senza pregiudizi sul termine stesso e sulla relativa problematica.
Come abbiamo scritto più volte, riprendendo del resto una delle tesi centrali di quel manuale di antitirannia che è 1984 di George Orwell, chi controlla il linguaggio controlla idee, ideologia, opinioni e potere politico. In L’inganno della neolingua e le parole censurate, abbiamo addirittura stilato una sorta di tabella linguistica di autodifesa nella quale indicavamo i termini corretti, oltre che consueti, per indicare alcuni fenomeni, a fronte della neolingua del Potere, ingannevole, fuorviante, censoria.
Così lessici-slogan come «genere», «inclusione», «resilienza», «sostenibilità», «transizione» sono usati per “buoni” e, addirittura, sono diventati tormentoni di moda. Altre espressioni, più chiare e forti, sono considerate «inappropriate», censurate o, dulcis in fundo, epiteto magico, «fasciste».
Libri scandalosi?
Una delle parole proibite è «remigrazione». A chi cerca di organizzare convegni o dibattiti, cercando di spiegare cosa significhi realmente, viene impedito di parlare. Ogni manifestazione viene contrastata con la violenza. Può pertanto essere utile la lettura di Remigrazione. Una proposta (Prefazione di Francesco Borgonovo, Passaggio al Bosco, San Casciano Val di Pesa 2025, pp. 190, € 20,00) di Martin Sellner, attivista austriaco appartenente alla destra patriottica. «Il libro più discusso d’Europa», come recita il sottotitolo nella copertina dell’edizione economica distribuita in questi giorni nelle edicole al prezzo di 10,90 euro dal quotidiano LaVerità.
Un’iniziativa che ricorda quella della diffusione, alcuni mesi fa, a opera della stessa testata, di un altro libro scomodo: Il Campo dei Santi di Jean Raspail (leggi Quello scandaloso romanzo “xenofobo”…). E, certamente, anche il libro di Sellner è stato accusato di xenofobia, razzismo, islamofobia, neonazismo, ecc. ecc. E al saggista austriaco è stato più volte impedito l’ingresso in alcuni Stati o di poter svolgere pacifiche conferenze.
Tuttavia, chi legge Remigrazione non vi trova alcuna esaltazione estremistica, alcuna intolleranza, ma la raffigurazione, tramite dati oggettivi, di una realtà molto problematica, che abbiamo sotto i nostri occhi.
Ragionamenti sensati e volontà bloccata dai sensi di colpa per il passato
Oltre a “fotografare” la realtà, il saggista austriaco formula una serie di pacate proposte, senza alcun progetto di deportazione e neppure di rimpatrio di massa dei nostri fratelli stranieri. Altre sono le possibili modalità ipotizzabili per almeno alleviare il drammatico problema dei milioni di immigrati che non vogliono assimilarsi, ma neppure integrarsi nelle Nazioni in cui vivono, per di più pesando sul bilancio degli Stati e contribuendo alla distruzione del sistema del Welfare State, fiore all’occhiello dell’Europa [leggi pure Il bello dell’Europa (senza Unione europea)]. Per non dire delle povere vittime dei viaggi verso ipotetiche mete accoglienti, dallo sfruttamento da parte dei mercanti di carne umana alla vera e propria morte.
Premettiamo che Sellner pone la propria attenzione essenzialmente sulle realtà migratorie vissute da Germania e Austria. Esse, del resto, appaiono molto simili a quelle francesi o britanniche, mentre l’Italia deve forse ancora affrontare il peggio… C’è però da considerare nella giusta misura il fardello morale che le due nazioni di lingua tedesca si portano addosso: il genocidio ebraico compiuto nel corso della Seconda guerra mondiale. Un orrore che si è tramutato in senso di colpa, necessità di espiare, fino a ridurre le persone, soprattutto i giovani, all’impotenza e alla paralisi, anche di fronte a soprusi cui bisogna opporsi.
Su tale colpevolizzazione storica si basa la propaganda degli immigrazionisti, dalla crisi demografica alla necessità economica di lavoratori stranieri, dal presunto arricchimento culturale alla retorica dei “rifugiati che scappano dalle guerre”, cosa quasi mai vera (vedi pure Il fenomeno immigrazione senza ideologie). Per concludere con la definizione di “fascista” e “nazista” per chi esprime idee diverse da quelle dominanti in quanto diffuse dai mass media del Potere.
Però solo gli europei ricordano e riconoscono le proprie colpe e i propri Storici orrori; le altre nazioni (dagli arabi ai turchi, dai giapponesi agli africani) non le riconoscono neppure, come si afferma in Razzismi, colonialismi, schiavitù: condanniamoli, ma tutti.
Cifre e realtà sconvolgenti: la crisi del Welfare State
Pertanto, sensi di colpa e propaganda ideologica non fanno scorgere la realtà e i problemi sul tappeto. Le statistiche sui fenomeni migratori sono spesso imprecisi in quanto non fornite in modo chiaro dalle autorità. Tuttavia, i dati demografici certificano che nel 2022 in Germania circa un terzo della popolazione (ben 23,8 milioni di persone) era straniero o di origine straniera (solo metà proveniente da altre nazioni europee, l’altra metà da Asia e Africa). Nel 2023 ben 2,6 milioni di stranieri percepivano il reddito di cittadinanza, quasi un milione erano i disoccupati e due milioni erano indagati per reati vari. Per esempio, il 47,6% degli afgani residenti in Germania riceve il suddetto sussidio e «delinquono otto volte di più dei cittadini tedeschi»!
Anche i “progressisti”, tra le cui fila esistono pure «gli sconfitti della sostituzione etnica» (secondo la definizione di Sellner) cominciano ad accorgersi di pagare sulla propria pelle i problemi recati da un’immigrazione eccessiva, disordinata, incontrollata, quali la concorrenza di lavoratori disponibili a salari minori, la mancanza di alloggi (o il loro elevato costo), l’insicurezza urbana dovuta a rapinatori, scippatori, stupratori, spacciatori.
Di ciò non si curano tutte quelle realtà che il saggista definisce l’«industria dell’asilo». Ossia «burocrazia, enti caritativi, Chiese, avvocati e Ong, che traggono beneficio, a spese del contribuente» (leggi anche A chi i profughi? A noi!).
Ma, anche se drammatiche o tragiche, tali “criticità – che dolce il soffice linguaggio delle élite al Potere! – non rappresentano il problema maggiore.
La perdita delle proprie radici e della propria identità
La pur grave questione economico-sociale e di sicurezza è superata da quella culturale, identitaria, di sopravvivenza degli autoctoni: «La sofferenza provocata dalla perdita del senso di appartenenza, della sicurezza, dell’identità nazionale e dell’autodeterminazione politica è una grave forma di ingiustizia». E, «a differenza degli immigrati, noi non abbiamo una terra d’origine alternativa o una “patria di riserva” in cui potremmo teoricamente tornare».
Quando una massa coesa di migranti diviene sempre più numerosa e non si assimila, divenendo maggioranza demografica in tutte o in molte zone della Nazione ospitante, stranieri in patria divengono gli autoctoni. Anche perché le società degli immigrati soprattutto extraeuropei sono generalmente conservatrici, estremamente prone ai dettami religiosi (in primis quelle islamiche), nazionaliste, separatiste, quindi intolleranti al loro interno e al loro esterno.
Inoltre, il voto di milioni di immigrati può indirizzare l’esito delle elezioni politiche. E i partiti che promettono l’impossibile, attirandosi le loro simpatie, anche con metodi clientelari, se ne avvantaggeranno sempre più (secondo alcuni istituti demoscopici, sembra che nel recente referendum del 22-23 aprile 2026 sulla Riforma della Giustizia in Italia sia stato decisivo il voto dei cittadini italiani di origine straniera).
La maggioranza dei migranti extraeuropei non intende assimilarsi e vive in una realtà a parte
La sofferenza dei popoli autoctoni è dovuta quindi anche al fatto che la maggioranza degli attuali emigrati extraeuropei tende a mantenere completamente i propri usi, costumi, culture, religioni, non entrando praticamente mai in contatto con la Nazione che li ospita, pur sfruttando i benefici del Welfare State (alloggi, previdenza sociale, assegni di disoccupazione, aiuti alle famiglie numerose, scuola e sanità gratuite, ecc.).
Insomma, manca persino la voglia di integrarsi; non parliamo neppure di quella di assimilarsi. Al contrario, il desiderio di assimilazione è stato sempre predominante negli europei che migravano (o migrano ancora oggi) in altri Stati. I discendenti degli ebrei, dei tedeschi, degli svedesi, degli italiani, degli irlandesi, pur mantenendo alcune peculiarità, magari gastronomiche, si sono completamente e volutamente inseriti nel tessuto statunitense.
E ne sono una valida prova cantanti, attori, sportivi di origine italiana con nomi/cognomi mutati per sentirsi pienamente e fieramente assorbiti in Francia, in Belgio o negli Stati uniti. Così Ivo Livi divenne Yves Montand e innumerevoli sono gli attori o registi statunitensi i cui nomi e cognomi risultano americanizzati…
Un progetto di controllo delle immigrazioni e di remigrazione rispettoso della dignità delle persone e dei diritti umani
Secondo Sellner, le ondate di migrazione vanno bloccate fuori dalle frontiere europee, in hub extraterritoriali, addirittura «città modello» – forse un po’ utopistiche – nelle quali vagliare i veri profughi, cioè coloro che davvero sfuggono a guerre, persecuzioni e discriminazioni.
C’è da aggiungere che «le migrazioni di massa verso l’Europa non sono affatto strumenti efficaci per ridurre la povertà globale o per contrastare le disuguaglianze economiche. […] L’immigrazione di sostituzione compromette gravemente le possibilità di sviluppo nei Paesi di origine degli stranieri arrivati in Europa». Insomma, si causa un depauperamento delle risorse umane, soprattutto maschili, delle nazioni d’origine.
Per chi invece si trova già nel territorio di una Nazione europea, tranne che nei casi di efferati crimini, il rimpatrio deve avvenire su base volontaria. In altre parole, a chi non intende assolutamente assimilarsi, creando addirittura delle enclave, una sorta di volontario apartheid, che spesso riproduce clan e strutture tribali di provenienza, occorre proporre degli incentivi per un civile rimpatrio.
I rimpatri fruirebbero di forti assegnazioni di denaro, favorendo così la possibilità per i migranti di ripartire economicamente in patria arricchendola, mentre per le Nazioni europee i costi sarebbero inferiori ai benefici (meno spese per accoglienza, inserimento, scuola, case popolari, sanità, forze di polizia, carico di lavoro per la magistratura, ecc.).
La remigrazione è realtà in tutto il mondo
Non si tratta di misure uniche al mondo. Anzi, si può tranquillamente affermare che è l’Unione europea a costituire un’eccezione. Ad esempio la Cina e il Giappone (nonostante la crisi demografica) non concedono quasi mai la cittadinanza. Così fan pure gli stessi ricchissimi Paesi del Golfo, arabo-islamici, che ospitano solo temporaneamente i lavoratori che vi si recano, peraltro in numero ridotto rispetto a quelli che si trasferiscono in massa in Europa. Inoltre i benestanti Stati petroliferi versano ai lavoratori stranieri solo dopo il loro ritorno in patria gli interi stipendi accumulati.
Dunque, non si tratta di razzismo dei bianchi – forse l’etnia meno discriminatoria al mondo – visto che, oltre ai casi precedenti, anche nelle isole Figi si è verificata una remigrazione degli indiani (da più del 50% al 26%) e in Sudafrica quella dei bianchi (dal 19,3% al 7,65%).
Pure in Italia sono sorti gruppi che affrontano il tabù remigrazione, anche con ampie e articolate proposte di legge di iniziativa popolare, che hanno superato le 50mila firme necessarie per essere discusse in Parlamento (leggi Remigrazione: che cosa prevede la proposta di legge di iniziativa popolare, in pagellapolitica.it, 2 febbraio 2026).
Nessun complesso di superiorità: ogni cultura è la migliore per il proprio popolo
Secondo Sellner «una vera politica identitaria non parte mai dall’idea che esista una cultura oggettivamente superiore alle altre, ma crede che ogni cultura sia la migliore per il proprio popolo». Pertanto, «la politica demografica di destra mira quindi sempre alla conciliazione dei contrasti sociali, economici, religiosi e sottoculturali. E, in questo senso, è diametralmente opposta al multiculturalismo», bandiera delle sinistre, che tendono a frammentare la società e a dividerla a livello ideologico.
Aggiungeremmo noi che alla vecchia, sacrosanta, lotta di classe, che opponeva sfruttati a sfruttatori, alto/basso, poveri a ricchi, oggi le nuove sinistre scatenano una battaglia intestina di donne vs uomini, giovani vs anziani, immigrati vs autoctoni, neri vs bianchi, omosessuali vs eterosessuali, islamici vs laici. Si scatena una guerra ideologica, sociale, sessuale, per poi unificare ogni tipo di categoria a loro avviso discriminata, sebbene in realtà inassimilabile l’una con l’altra, con il primario obiettivo elettorale del voto “contro” chi, invece, non discrimina nessuno.
In conclusione, il rimpatrio volontario (reintegrazione, migrazione circolare o migrazione di ritorno) di milioni di persone che trovano del tutto estranea la nostra civiltà e cultura, usi e costumi, assicurerebbe un doppio beneficio: ritornare a vivere e riconoscersi nella propria patria. Sia per i migranti sia per gli autoctoni europei.
Le immagini: le copertine di Remigrazione e di Riconquista (Passaggio al Bosco) di Andrea Ballarati (con la Prefazione di Martin Sellner), de Il Campo dei Santi di Jean Raspail ed elaborazioni con l’intelligenza artificiale generativa attraverso Google Gemini secondo la licenza per uso libero e gratuito.
Rino Tripodi
(Pensieri divergenti. Libero blog indipendente e non allineato)


















